Accogliere gli Schiaffi della Vita: Trasformare le Difficoltà in Opportunità.

Se leggendo il titolo di questo articolo hai la sensazione che il consiglio sia quello di farsi prendere a schiaffi dalla vita, beh sappi che è proprio così. Momento, momento, momento! Prima di affrettarti a giudicare l’utilità di questo articolo è il caso di leggerlo tutto, poi potrai decidere se mandarmici oppure no.

Negli ultimi tempi una delle mie persone preferite sta vivendo un periodo molto stressante al lavoro. Ha scelto di fare diversi cambiamenti per dare una nuova forma e una nuova verve alla sua attività. I cambiamenti equivalgono ad una rottura della routine e sappiamo bene che noi esseri umani usciamo a fatica dalla nostra zona di comfort. A questo si sono aggiunti una serie di ostacoli nello svolgimento del lavoro. Ostacoli “normali” che di per sé fanno parte del suo ambiente lavorativo e che, quasi certamente, in un altro momento non avrebbero pesato così tanto sul suo umore.

Due settimane fa ha deciso di sfogarsi un po’ con me. Dall’esterno trovo tutti i cambiamenti che ha intrapreso molto validi. Sono certa che porteranno a grandi risultati. Inoltre, credo che ci sia voluta una grande dose di coraggio per attuare queste scelte. Allo stesso tempo, immagino quanto vivere la situazione dall’interno possa sembrare un inferno.

Io stessa ho vissuto situazioni simili innumerevoli volte. Chi non l’ha vissuta? Mi sono tornate in mente tutte le volte in cui mi sono sentita sotto assedio. Di tutte le volte che sono arrivata a casa stremata ed ho continuato imperterrita a lavorare, a pensare, ad arrovellarmi il cervello su come fare e quando fare questo e quello. In alcuni giorni resistevo e in altri volevo solo scappare. Mi ripetevo che se avessi sacrificato anche l’ultimo brandello della mia forza sicuramente questa cosa mi avrebbe giovato in futuro. Sono andata avanti così per diversi anni fino a quando il mio stomaco mi ha regalato una gastroenterite durata oltre un anno e mezzo. Ora starai pensando: “ecco, si è sentita male e si è fermata. Lieto fine”. Purtroppo no. Ho continuato a stare sotto assedio per taaaanto tempo ancora, con la sola differenza che prendevo un sacco di pillole molto, molto costose. Il cambio di atteggiamento è arrivato molto dopo. Il malessere, fisico e non, è un maestro severo. Non ci fornisce subito la lezione su un piatto d’argento. Ce la fa sudare. All’inizio vogliamo solo scacciarlo. Cerchiamo una soluzione veloce come la pillola; la verità è che dobbiamo capirlo prima, questo malessere, per liberarcene.

Volevo dire alla mia persona preferita qualcosa che fosse di supporto e non blaterare il classico consiglio finto. Ho ripetuto tutto quello che dissi a me stessa dopo essere uscita dall’assedio. Per inciso, chi mi teneva sotto assedio ero io.

Con questo non voglio dire che bisogna passare la vita a farsi prendere a schiaffi. Voglio dire che la vita non si può vivere ogni giorno come se fosse una favola e che nei periodi difficili e impegnativi e nei giorni in cui la stanchezza ti divora e non hai la lucidità, insistere nel nuotare controcorrente può amplificare il malessere. Porgere la guancia non significa arrendersi, ma accettare le avversità come parte integrante del nostro percorso di crescita. Tante volte ci si sforza di reagire e va bene. Altre volte, soprattutto quando il cambiamento è profondo, bisogna assimilare ogni emozione e vivere “il momento no” senza fare troppa resistenza. Se nuoti contro corrente, l’acqua metterà a dura prova i tuoi sensi, non ti sentirai lucido, non avrai il controllo di dove stai andando e, soprattutto, perderai in fretta le forze e potresti non arrivare più. Farsi trascinare un po’ dalla corrente ci consente di riposare, vedere nuove strade e tornare lucidi.

Ho sicuramente imparato di più dagli schiaffi che dalle vittorie. E tu, hai mai imparato qualcosa di utile da uno schiaffo della vita?

Fabrizia

Il cliente giusto.

Chi è il cliente giusto (per te e la tua attività)? Una domanda importante a cui spesso rispondiamo con una serie di frasi retoriche come ad esempio: “quello che paga!”. Perché un cliente paga?

Iniziamo dai motivi per cui un cliente non paga. Il cliente (giusto) non ti paga perché gli risulti simpatico, perché ha secondi fini o perché ha un eccesso di capitale da investire. Se ti paga per questi motivi allora non è il cliente giusto. Un cliente ti paga perché si sente compreso, perché gli piace come gestisci la sua immagine online e perché i risultati lo fanno sentire appagato.

Come social media manager, digital strategist, copy writer e quant’altro abbiamo la grande responsabilità di custodire l’immagine di un brand e i brand sono fatti di persone e i (personal) brand bisogna maneggiarli con cura. L’importanza che hanno raggiunto i social network è nota a tutti al giorno d’oggi, certo non siamo medici e non dobbiamo eseguire interventi a cuore aperto ma abbiamo delle responsabilità anche noi. In ogni parola, in ogni frase e in ogni decisione.

Puoi attirare l’attenzione di un cliente mostrandogli tutte le strategie pazzesche che ti vengono in mente ma solo quando si fiderà di te accadrà la magia. Quel momento in cui ti consegnerà le chiavi del suo scrigno contenente la sua immagine. Solo allora si instaurerà un rapporto basato sulla fiducia reciproca.

Sono passati 5 anni da quando è nata BSide. Tra gli obiettivi che mi sono prefissata non c’è mai stato quello di costruire una strategia social. Ironico vero? Sono una persona molto pragmatica e costante. Prefiggermi un obiettivo è come stipulare un patto con me stessa e non posso di certo mentire a me stessa. In questi anni mi sono focalizzata sul costruire un lavoro da zero. Un lavoro che già facevo (da dipendente) e per cui mi sono formata studiando ed applicandomi. Mettermi in proprio è stata tutt’altra storia. Mille domande, mille perplessità e mille insicurezze. Sono sempre andata avanti dando tutta me stessa ai miei clienti. Mi sono impegnata per capire come organizzare il lavoro dal reperimento dei contenuti, alla definizione di una strategia, alla costruzione di una presentazione, alla comprensione dei tool che cambia ogni giorno, alla gestione dei problemi, alle richieste passando per la parte amministrativa fino ad arrivare alla scelta dei collaboratori. È stato un bel percorso. Faticoso e a volte frustrante. Ho passato notti sveglia a capire come fare meglio. Avrei potuto fare uno storytelling e concentrarmi anche sulla mia community online ma non si può fare tutto. Ci sono delle priorità.

Questo percorso mi ha permesso di capire, sbagliare, ricominciare, addrizzare, moderare. Sono arrivati nuovi collaboratori nel team. Due donne (finalmente) negli ultimi 3 mesi. Sta iniziando una nuova fase. La comprensione delle clienti, dei loro problemi, del loro approccio alla vita, delle loro paure e delle loro ambizioni è stata la vera grande forza che mi ha permesso di gettare delle basi e raggiungere gli obiettivi prefissati in questi 5 anni.

Gli obiettivi del 2024 saranno concentrati su tre aspetti:

  1. il capitale umano: consolidamento del team;
  2. il capitale sociale: aumento del fatturato;
  3. sbarcare sui social: già entrare nell’ottica sarebbe un grande traguardo :p

Non so come appaio in ciò che scrivo. Non mi sto definendo come una persona arrivata o una guru. Negli anni della mia infanzia e adolescenza la mia autostima non è stata molto motivata ma questi sono problemi del mio psicoterapeuta.

Questo percorso sebbene incentrato sul lavoro non è poi così diverso da ciò che accade nelle relazioni umane. Tutti vogliamo essere compresi anche nella vita privata. La differenza è come chiediamo di essere compresi. La persona che sbatte le sue motivazioni sul tavolo e pretende non è il cliente/partner/amico giusto. Chi si apre a te spiegando, collaborando, gestendo le sue emozioni e creando una sinergia volta al raggiungimento di obiettivi è il cliente/partner/amico giusto.

Un altro super potere per allontanare clienti e persone non adatti alla nostra personalità è dire no. Ho detto no a clienti e interrotto collaborazioni in cui mi sentivo umanamente lontana. Ci sono persone convinte di poter pubblicare online una versione di sé che non esiste nella realtà sperando di prendere in giro chi li guarda.

Gli utenti e quindi le persone, non sono stupide. Un finto sorriso, un finto divertimento, un finto buon prezzo, una finta relazione, una finta frase che nasconde rabbia e repressione saranno sempre ben visibili e il riscontro con la realtà è inevitabile.

Meno soldi più tranquillità. I soldi vanno e vengono ma la serenità dobbiamo costruircela da soli. Lavorare con gente simile a noi ci aiuterà a vivere meglio e questo aspetto non ha prezzo in termini di salute e tempo. 

Sii credibile prima per il mondo reale e poi potrai potrai raccontarlo online.

Fabrizia.

Chi lo dice che i bilanci si fanno solo a fine anno?

Non aspettare. Siediti, osserva, ragiona e tira la linea oggi stesso. I risultati sono sempre il frutto di una serie di valutazioni che ti aiutano a riflettere su ciò che ti fa star bene e ciò che ti mette a disagio.

I bilanci non si redigono solo a fine anno, no. I bilanci si redigono ogni qualvolta è necessario un cambiamento. Si redigono per non avvizzire all’interno di una zona di comfort. Si redigono per non abituarsi troppo. Soprattutto a ciò che non va.

Con il passare degli anni sono diventata molto zen. Davanti ad una situazione che mi mette a disagio, personale o lavorativa che essa sia, prendo del tempo per osservare e testare tutte le opzioni. Il 90% delle volte chiudo un occhio, comprendo, mi metto a disposizione, analizzo, riassumo e respiro. Il 10% delle restanti volte chiamo un’amica che saggiamente mi ascolta per 10 minuti di fila in cui mi sfogo senza mai smettere di parlare. Dopodiché ogni 3 mesi redigo un bilancio. Se dopo 2 bilanci consecutivi ci sono situazioni che continuano a non migliorare o addirittura peggiorano, rischiando di tramutarsi in gastrite da stress, vuol dire che è tempo di intervenire.

Hai presente una campagna pubblicitaria che non va? Hai provato a cambiare il copy, la grafica, il target ed i risultati continuano a scarseggiare. Sarà colpa del prodotto? Del brand? Del passaggio finale in cui gli utenti devono interfacciassi con il servizio? Dentro di te sai bene quale è il problema. Non resta che estirparlo con decisione.

Negli ultimi mesi ho accumulato un po’ di stress come tutti. Alcune situazioni però le ho tollerate meno di altre. Sarà che si sono appunto ripetute in più di un bilancio, sarà che crescendo non ho più tanta voglia di tollerare.

Ecco 3 situazioni che reputo tossiche nell’ambiente lavorativo:

  1. DONNE VS DONNE. Un grande classico che purtroppo non tramonta. Raramente nel mio lavoro mi interfaccio con altre donne. Quando accade sono sempre molto motivata ed inizio anche a farmi qualche film. Fantastico sul fatto che questa conoscenza possa diventare la base per la costituzione di un progetto al femminile. Ahimè nel 98% dei casi ho a che fare con donne infastidite dalla mia presenza. Essenza? Spirito? Boh. Cerco di proporre idee, di avere un tono amichevole, di mettermi a disposizione. Risultato? Una delle ultime risposte che mi è stata data: “ah non saprei, non mi viene in mente nulla. Magari fammi sapere”. Vi parlo di una situazione in cui io non avevo affatto bisogno del supporto di questa persona, anzi era proprio il contrario. Eppure vince l’acidità a priori. Ne ho parlato qui.
  2. “VABBÈ MA É SOLO UN POST”. Questa frase mi è stata detta da un (orami ex) cliente con cui abbiamo collaborato insieme per oltre due anni. Non ci sono mai stati problemi. Durante la pandemia ho cercato in ogni modo di essere comprensiva e di andargli incontro tenendo a mente le difficoltà dovute al COVID-19. Ora che le cose stanno cambiando e stanno andando verso una nuova crescita mi dispiace molto vedere che non sia ancora chiara l’importanza del digitale. Che si utilizzino frasi volte a sminuire il lavoro cercando di estorcere sconti o fare battute sul fatto che sia troppo costoso. Torno a ripetere il mio esempio del ristorante. Se vai a cena fuori non ti alzi dal tavolo dicendo che pagherai più in la perché ora non hai disponibilità. Se ti viene voglia di un contorno e lo ordini, non ti meravigli a fine pasto di trovarlo in fattura. Lo sai da subito se puoi permetterti un servizio oppure no.
  3. I “VORREI MA NON POSSO”. Quanto è frustrante ascoltare persone che si lamentano di continuo di un problema che chiaramente non vogliono affrontare? Da diverso tempo orami ho imparato che le soluzioni sono come i consigli. Vanno elargite solo quando vengono esplicitamente richieste. Due settimane fa, mentre esaminavo delle candidature per B-Side, ho ricevuto un messaggio su LinkedIN da una persona che “era tentata di candidarsi all’offerta” ma poi “ha desistito”. L’offerta di lavoro, come social media manager, richiedeva un video per candidarsi anziché il classico CV copiato ed incollato da inviare in un secondo attraverso un click. Nel testo è stato sottolineato che in un precedente annuncio la maggior parte delle candidature arrivate erano in formato Europass, così abbiamo ironizzato sulla forma ormai arcaica di questa tipologia di CV che sembra voler uniformare tutti sottolineando il possesso della patente B anziché far emergere la personalità dei candidati. Per questo motivo come primo approccio preferiamo un video in modo da prendere in considerazione soprattutto l’empatia. La persona in questione non ha colto l’ironia. Ha parlato di “momento storico in cui la gente ha bisogno di lavorare” come se noi stessimo cercando qualcuno da sfruttare o se chiedere un video ad un possibile social media manager che dovrebbe avere dimestichezza nel parlare davanti una telecamera sia una pratica di tortura. Inoltre parliamo di una posizione da remoto perciò le informazioni riguardanti le patenti possedute sono del tutto superflue. Sembrava scontato. Di contro questa persona mi ha scritto: “lasciare inserito nel cv che si ha la patente è un punto di demerito? Si è scartati solo per questa minuzia?”. È una conversazione molto lunga che non voglio condividere interamente, voglio utilizzarla come spunto per fare un’analisi. Un’osservazione sull’utilizzo dei social in generale, come sempre: se qualcosa non ti piace e la sua presenza non ti reca alcun danno perché non vai oltre anziché perdere tempo a contestarla?

Le relazioni lavorative, come quelle personali, devono rappresentare un supporto per i propri obiettivi. Un’ispirazione per le proprie idee. Un confronto per il proprio miglioramento. Un incoraggiamento a spiccare il volo. Lascia le zavorre a terra oggi, il tuo domani ti ringrazierà.

È una lezione che ho imparato negli anni pagando un prezzo carissimo. 

Fa

La comunicazione funziona se è a due sensi.

Lo scorso weekend ero in giro con amici. Quasi estate. Quasi fine del coprifuoco. Quasi pace dei sensi. Mi capita spesso di parlare di lavoro durante il mio tempo libero e trovo sempre istruttivo ascoltare il parere di chi mostra interesse per la mia attività. Quasi sempre. A volte capita di incontrare il tipo di turno che parte già prevenuto. Ti guarda stizzito e, convinto del fatto che riceverà da te risposte che non lo soddisferanno, decide comunque di estorcerti una consulenza a 360 gradi senza tenere conto di orario e luogo. Tra le varie richieste, passando per l’intramezzo sul classico pippone dell’agenzia di turno che gli ha stilato un preventivo di cui non è convinto soprattutto per il prezzo, arriva sempre il domandone finale. Questa volta rivoltomi dal suo accompagnatore: “quanto costa quello che fai?”. A questo punto la mia faccia assume una specie di smorfia che non riesco e non riuscirò mai a nascondere. Forse perché non la voglio nascondere. Mi indispone sempre questa domanda. Chiedere il prezzo di un servizio senza conoscerne il valore e comprenderne il funzionamento è come chiedere a qualcuno di uscire dicendogli “guarda non me ne frega assolutamente nulla di cosa pensi e del tuo essere. Te o un’altra persona non avrebbe fatto differenza stasera”.

Quantificare un prezzo a naso senza conoscere gli obiettivi e la storia dell’azienda su cui andare a definire una strategia non è professionale. Secondo queste persone c’è un listino prezzi per tutto. E deve essere cheap. Come se io la mattina mi svegliassi, aprissi il chiosco in spiaggia e iniziassi la mia attività di vendita di cocchi. Attività per la quale avrei comunque dovuto calcolare già in precedenza quando e come raccogliere i cocchi. Tenere quelli buoni e scartare quelli non buoni. Calcolare il tempo che mi è costato per svolgere questa attività, i costi di trasporto, eventuali aiuti extra e le spese legate alla gestione e al mantenimento della mia attività. Inoltre che tipo di cocchi vendo? Come li vendo? Aperti? Chiusi? Su un vassoio? Serviti al tavolo? Tovaglioli ne abbiamo? Posti a sedere all’ombra? Se a 300 mt aprisse un chiosco che offrisse anche un servizio di massaggio al viso con olio di cocco?? Che faccio? Eh, non è più così idilliaco pensare a questo lavoro come quando durante lo stress quotidiano si dice: “Basta! Me ne vado a vendere cocchi su una spiaggia!”, vero?

Sta di fatto che la cosa più ironica di tutto ciò è che, alla domanda “quanto costa quello che fai?”, il tipo di turno si da una risposta da solo anticipando la tua e dicendo: “eh TROPPO!”. A questo punto la conversazione andrebbe definitivamente chiusa ma ahimè, quanto mi piace prendere una posizione e rispondere comunque in modo carino nell’inutile speranza che il soggetto avverso capisca non ve lo so quantificare (neanche questo!).

La verità è che nel 2021 non è tollerabile (almeno per me) che persone appartenenti alla generazione Millennials, e che quindi dovrebbero essere super capaci di comprendere argomenti quali comunicazione, web marketing, social media ecc, pensino ancora che pubblicare un post voglia dire buttare una foto e due parole online.

Quanto costa allora “quello che faccio”? Iniziamo a dare un nome a quello che faccio. Io sono una digital strategist. La mia mission è quella di definire strategie di social media marketing in grado di supportare le aziende nel raggiungimento degli obiettivi prefissati nel proprio mercato di riferimento. Come? Attraverso la gestione dei social network e delle campagne pubblicitarie collegate ad essi. Il tutto attraverso una consulenza costante messa a disposizione delle aziende che si avvalgono della professionalità e della competenza della mia figura e dei miei collaboratori che lavorano con me al progetto. Vi sembra complicato? In realtà ci sono tante altre cose da spiegare. Tipo la definizione del tone of voice, strutturare un calendario, avere risposte sempre pronte davanti alle esigenze dei clienti, risolvere gli imprevisti, proporre nuove idee e così via. E la creatività? Ti svelo un segreto: non abbiamo un sacchetto magico da cui estraiamo idee. Le idee migliori mi sono venute nei momenti più improbabili. E il tempo? Tutto quello che serve. Senza pause il più delle volte.

Quando a qualcuno tutto ciò sembra superfluo consiglio sempre i servizi di cui ho sentito parlare. 500 euro all’anno full optional. Sito web, social media, 100 euro in regalo di Facebook Adv e tanto altro ancora! C’è l’imbarazzo della scelta in questo mare fatto di false promesse e disservizi.

Immagina di entrare in un ristorante e dire al proprietario: “ti do 500 euro ALL’ANNO e vengo a mangiare ogni volta che voglio”. Non sto dicendo che un costo elevato è garanzia di un servizio ottimale. Bisogna sempre tenere conto di cosa è necessario per sviluppare un progetto, da dove si parte e dove si vuole arrivare.

La comunicazione funziona se è a due sensi. Bisogna essere compatibili per creare qualcosa di straordinario insieme. Bisogna parlare la stessa lingua e aiutarsi a comprendere ciò che non si conosce. Bisogna sentirsi soddisfatti e proprio agio con il tipo di comunicazione utilizzato. E questo vale in tutte le relazioni della nostra vita.

Fa

Unisci i puntini e diventa chi vuoi.

Qualche settimana fa una delle persone a cui voglio più bene e che vive a km di distanza da me, mi ha raccontato del momento difficile che sta attraversando. Gran parte delle emozioni che sta vivendo le ho già vissute molti anni fa. È pazzesco quanto il nostro cervello sia in grado di colorare i ricordi e addolcire il dolore vissuto in passato. Oggi, guardando indietro, non riesco a percepire lo stesso malessere che provai allora. Ricordo perfettamente però tutto quello che ho imparato e, come posso, mi appresto a ripeterlo a chi voglio bene.

Dopotutto diventiamo gli “insegnanti” di ciò che più abbiamo bisogno di apprendere. Raccontiamo continuamente le nostre esperienze formative alla perfezione come i testi delle canzoni del cuore. La ripetizione diventa un fantastico promemoria quotidiano per noi stessi. Certo è che non bisogna rischiare di diventare dei fantastici e petulanti “Mr. o Mrs So Tutto Io”. Quando una persona sta soffrendo non vuole sentirsi dire per tutto il tempo cosa fare. Vuole essere supportata, compresa, ascoltata e accompagnata in tutto il processo di guarigione.

Mi è tornato in mente il mantra di Richard Branson che ho ritrovato alcuni mesi fa nel libro di Netflix:

Always be connecting the dots.

Unisci i puntini. Adoro questa frase. Riesce a racchiudere tutto quello che dovremmo fare in ogni situazione della vita in maniera semplice ed immediata.

Se ripenso a tutte le volte che ho vissuto un momento difficile ritrovo sempre le stesse tre fasi.

  1. Lo stordimento. È successo l’inimmaginabile. Non sai se sia vero o se si tratti solo di un brutto sogno. Ti chiedi perché sia accaduto a te. Nella testa c’è un gran confusione e tutto ciò che vorresti è solo fermare il mondo, scendere un attimo e mandare tutti a quel paese. Non puoi farlo, perciò inizi a muoverti a tentoni cercando di non cadere mentre aspetti che le vertigini passino.
  2. Lo sfinimento. Ti rendi conto che è tutto vero. Ti senti a pezzi perché stai combattendo contro le emozioni negative che ti stanno letteralmente sovrastando. Io in questa fase di solito non ho appetito e lo sfinimento è fisico e mentale.
  3. La risalita. Dopo le prime due fasi, che nel corso degli anni ho imparato a renderle piuttosto veloci, prendo possesso di nuovo della mia esistenza ed inizio ad unire i puntini. Definisco il piano di rientro. Chiudere le uscite superflue, reintegrare le perdite, risolvere gli imprevisti e stabilire gli obiettivi del breve-medio periodo davanti a me.

Detto così può sembrare che io sia un robot. Ho sperato di diventarlo tante volte per non sorbirmi tutta la parte emotiva che inevitabilmente rallenta ogni processo di guarigione ma non è mai successo. Ogni volta mi sono sorbita il pippone drammatico che tocca un po’ a tutti. La mia grande empatia si è bilanciata negli anni con la mia passione per l’organizzazione, l’ordine e il senso pratico. Non è che tutti i giorni vivo nel perfetto bilanciamento dell’universo, mi prodigo affinché sia il più possibile così con grande impegno.

Ognuno di noi cresce diversamente e in maniera direttamente proporzionale alle esperienze che ha vissuto. Soprattutto quelle negative. L’elemento che ci rende unici è il carattere. Il carattere e la crescita sono strettamente collegati. Un’esperienza lavorativa, ad esempio, non ci fa maturare solo sul lavoro ma in tutti gli ambiti della vita. Prima ci predisponiamo a superare un momento difficile, prima matureremo e saremo in grado di superarlo. Molte volte commettiamo l’errore di crogiolarci nella convinzione che la realtà sia solo una. La realtà la creiamo noi ogni giorno con le nostre scelte. Non siamo i nostri genitori, non siamo l’idea che chi non ci conosce a sufficienza ha di noi. Possiamo diventare ogni giorno chi davvero desideriamo di essere. Come? Con il coraggio. Il coraggio di connetterci ai nostri desideri più profondi, che spesso lasciamo marcire nei meandri della nostra anima.

Quando ci accade qualcosa di negativo pensiamo di non meritarlo, ci sentiamo frustrati e arrabbiati. La verità è che una volta superata la fase dello stordimento tutte queste emozioni vanno accettate ed ascoltate. Le risposte saranno quelle che ci consentiranno di risalire ed unire i puntini della nuova versione pro di noi stessi.

Fabrizia

Instagram. Errori e dolori dei social media manager.

Instagram fa parte della nostra quotidianità da diversi anni ormai. Lanciata nel 2010, dopo due anni questa app era già nella scuderia Zuckerberg. Il suo successo è stato eclatante conquistando 10 milioni di utenti in un solo anno.

Sembra ieri vero? E invece sono passati 10 anni. Cosa abbiamo imparato in questo lungo periodo? Purtroppo ancora troppo poco. 

Sui profili personali è inutile dilungarsi. Ciò che è davvero inconcepibile, nella stragrande maggioranza dei casi, è la “strategia” adottata per gestire gli account business. 

Ogni volta che mi viene conferito l’accesso ad un account IG già esistente so che stanno per arrivare i dolori. Questi account sono tutti uguali. Non superano i 500/1000 follower e ne seguono dai 2500 ai 5500. 

Analizzando i following mi rendo conto che i profili seguiti si distinguono in tre categorie:

  • amici degli ex gestori delle pagine;
  • profili a caso (semi vip e ragazze un po’ svestite);
  • account, da me definiti, immondizia (fake – attivazione bot).

Analizziamo questi tre punti e facciamo un confronto tra le aspettative e il risultato (Instagram vs Realtà!).

Se pensate che seguire i vostri amici IG possa essere un buon modo per fare pubblicità al profilo del vostro cliente vi sbagliate. Il 94% di questi “amici” non ricambiano il following e non sono interessati affatto al brand. In questo modo il vostro profilo ha un’immagine equivalente a quella del porta a porta. Se invece lo fate per far crescere i profili dei vostri amici avete probabilmente sbagliato impiego.

Seguite gente “vip” o semi-famosa (che magari ha pure comprato follower) pensando che possano investire nel vostro brand? Ebbene anche qui vi sbagliate. State solo fomentando il loro ego e il vostro profilo avrà una patina un po’ nerd.

Last but not least l’attivazione dei bot che vi procurerà non solo un rimpinguo di profili arabi/turchi/tunisini finti come i soldi del monopoli; vi assicurerà anche uno squilibrio così forte dell’algoritmo che IG vi penalizzerà nascondendo ancora di più il vostro account. Lo squilibrio riguarda anche chi decide di acquistare follower. Instagram lo sa che state acquistando una finta visibilità con strumenti non consentiti.

Che disastro eh? E non vi dico che rottura prendere in mano questi profili.

La corsa ai follower non va davvero più di moda. La strategia giusta da adottare su Instagram per avere un profilo performante è lavorare sul target di riferimento del brand per consolidare ed ampliare il proprio pubblico. Utilizzare gli hashtag, investire con Instagram Ads, intrattenere relazioni di valore, approcciare all’influencer marketing. Avere un profilo che segue di tutto e di più risulta anche un po’ una cosa da sfigati e conferisce poca credibilità.

Significato di performante: generare conversioni a prescindere dal numero di follower!

 

Fabrizia

 

Guida definitiva alla gestione dei commenti negativi sui social network

Sui social network, come nella vita quotidiana, ognuno esprime la sua opinione. La differenza sta nel fatto che, se spesso nella vita di tutti i giorni ci si pone un limite nell’andare in giro a giudicare e criticare gli altri apertamente, sui social network si lanciano delle vere e proprie bombe capaci di generare problemi di diversa portata a tutti coloro che gestiscono le pagine aziendali. Ad esempio la perdita di tempo, il nervosismo crescente e il rischio di mettere a repentaglio l’immagine del brand creando vere e proprie colonie di haters.

L’interazione sui social network non implica un contatto visivo e quindi rende più semplice dare voce alle proprie emozioni negative. Nel 90% dei casi i commenti negativi non provengono da un’esperienza diretta con il brand, si basano su critiche volte a dare sfogo alla propria frustrazione. Senza focalizzarci troppo sui motivi per cui la gente sia così frustrata, cerchiamo di capire come comportarci in questi casi lasciando la psicologia a chi l’ha studiata.

Quante volte su TripAdvisor abbiamo letto recensioni pazzesche di un ristorante che poi abbiamo provato ma non ci è piaciuto? O quante volte è accaduto il contrario? I gusti sono personali e le frustrazioni anche.

L’interazione sui social network serve a: informare, interagire e supportare. Tutto il resto deve avere poco a che fare con le vostre pagine aziendali. Quindi quali sono i concetti chiave della guida definitiva alla gestione dei commenti negativi sui social network? La risposta (più breve del titolo) probabilmente vi stupirà: CANCELLARE o/e BLOCCARE.

Fa tutto qui? Si, mi dispiace deludervi. Se vi aspettavate un articolo da cui prendere appunti mettete penne e smartphone da parte.

Se mi aveste chiesto un anno fa come dover affrontare questa situazione vi avrei risposto che i commenti negativi non si cancellano mai. Che un brand deve essere capace di affrontare le critiche, che deve riuscire a spiegare la propria politica aziendale e che deve essere sempre accomodante. Nell’ultimo anno l’advertising è cambiato, si è evoluto. Tutto è diventato più veloce anche nella quotidianità. I commenti degli haters devono restare nel passato. Non possono evolversi con noi. Non hanno senso e motivo di esistere e noi non dobbiamo dargli spazio. Ho tentato innumerevoli volte di rispondere agli insulti. Non è mai servito a nulla. Ho capito che queste persone hanno nella loro to do list giornaliera rompere le scatole come attività primaria.

Se un commento sta esclusivamente insultando il vostro lavoro non fatevi problemi a cancellarlo. Queste persone non fanno parte del vostro target di riferimento. Molto spesso sono profili con nomi e foto improbabili e quindi fake che per nascondere la loro frustrazione nascondono anche la loro faccia. Non vogliono conoscere la vostra storia, tantomeno acquistare i vostri prodotti. Vogliono solo sfogarsi. Un po’ come quelli che passano le giornate a scrivere sulla pagina di Chiara Ferragni che i suoi piedi sono brutti. Quando il commento supera davvero ogni limite perché utilizza anche parolacce bloccate direttamente. Lasciarli fare vuol dire dare modo ai loro simili di accodarsi e creare una vera e propria rete di haters che si trastullano sulla vostra pagina insultandovi di continuo.

Piccolo consiglio: se avete utilizzato l’obiettivo “interazione” per una campagna social, sappiate che la quasi totalità di coloro che interagiscono con like, commenti e condivisioni non sono compratori.

Come dico sempre “non sono i like che vi fanno vendere”. 

Diverso è il caso in cui un vostro cliente ha avuto un’esperienza negativa con il brand. In quel caso il customer service è fondamentale. La strategia sarà: aprire un dialogo, scusarsi e intraprendere un’azione offline per risolvere il problema. Ogni volta che perdete tempo a rispondere gentilmente ad un commento negativo che invece ha come unico scopo quello di insultare sappiate che togliete tempo a definire un obiettivo più importante. 

Teniamo sempre a mente quanto il 2020 ci abbia messo a dura prova facendoci comprendere l’importanza del nostro tempo e di chi ci circonda. Fare pulizia è un dovere morale. Anche sui social network.

Fabrizia

 

Comunicare sui social network ai tempi del COVID-19

Tre settimane fa non ancora sapevamo bene cosa sarebbe successo. Il calendario editoriale continuava scandire le pubblicazioni social e i suoi rintocchi suonavano rassicuranti. 

Dopodiché la situazione COVID-19 ha preso il sopravvento. Il governo ha emanato le prime restrizioni sull’attività lavorativa. Nei giorni successivi le stesse restrizioni sono state rafforzate. 

Cosa accade sui social network? Che fine fanno i calendari editoriali su cui abbiamo lavorato nei mesi precedenti? Di cosa parliamo ora? Ne parliamo?

Troppe domande? Eppure tutte queste domande sono rimbombate nella testa, di chi come me, lavora con i social media chiedendosi cosa fosse giusto fare. 

Per me, che sono una sostenitrice della verità e del non fare finta di niente, è giusto parlare di quanto accade. Se si affronta un argomento con il proprio linguaggio aziendale, con informazioni veritiere e con educazione e rispetto si può parlare di tutto sui social network (come nella vita). 

AFFRONTARE-CONFRONTARE-COLLOQUIARE 

Il primo passo è affrontare la situazione, bloccare il calendario su cui avevamo tanto lavorato e comunicare agli utenti cosa sta accadendo nella routine aziendale, rassicurarli sul fatto che saranno aggiornati costantemente sui cambiamenti futuri. 

Comunicare la verità genera credibilità. 

Il secondo passo è fatto di due confronti. Uno interno ed uno esterno. 

Il confronto interno è quello con il team aziendale per definire una nuova strategia di brand awareness. Una volta affrontato il problema con gli utenti non possiamo continuare a focalizzarci sull’aspetto negativo. Dobbiamo creare punti di contatto positivi con loro. In momenti di crisi come questo i social network devono rappresentare, ancora di più, un utile strumento di informazione e devono essere veicolati a supportare e ad intrattenere gli utenti con contenuti di qualità. 

Perché una strategia di brand awareness? In questo momento le attività di produzione sono bloccate, le spedizioni devono dare priorità ai beni di prima necessità. La cosa migliore che possiamo fare è comunicare informazioni riguardanti il brand con l’obiettivo di far conoscere meglio l’attività, i prodotti, i servizi, la storia, le iniziative intraprese e così via. Uno storytelling che si rivolga alle persone che devono necessariamente passare la maggior parte del loro tempo dentro casa e che aiuti a spazzare via quell’ondata di negatività che aleggia in tutti i social network.

Inoltre in questi casi bisogna sfruttare una delle componenti che di solito oltre ad essere introvabile, non è acquistabile. Quale? Il tempo! In questi momenti di “calma” (si fa per dire) bisogna prendersi il tempo di analizzare quello che è stato fatto finora, quello si poteva fare (che magari è stato rimandato per mancanza di tempo) e soprattuto quello che si potrebbe fare per migliorarsi. Un buon esempio può essere quello di chiedere ai nostri utenti cosa vorrebbero dal loro brand di fiducia. Un servizio, una prodotto presentato in un altro modo, le idee degli utenti possono essere tantissime.

Il confronto con gli utenti è utile per comprendere:

  1. Come il brand viene percepito (reputation)
  2. In cosa è stato carente finora 
  3. Come può aumentare la soddisfazione dei suoi consumatori 
  4. Che unire le proprie idee a quelle degli utenti può essere il modo migliore per creare/migliorare/modificare un prodotto o un servizio da lanciare nel prossimo anno
  5. Come dare valore ai bisogni dei suoi consumatori

Il confronto è una straordinaria arma di unione

L’ultimo step è colloquiare con gli utenti. Esattamente come abbiamo sempre fatto. Questa volta aggiungeremo un tocco più personale, ancora più umano. 

Perché? A prescindere dalla strategia digitale è importante che gli utenti percepiscano che il brand, nonostante le difficoltà quali produzioni ferme, spedizioni con diverse tempistiche, adattamento delle nuove normative, sia formato da persone che stanno lottando con le stesse incertezze e paure di tutti e che si stiano impegnando per trasformarle in punti di forza. Punti di forza che nel futuro (si spera il prima possibile) siano in grado di far parte dell’enorme ingranaggio che muove tutta l’economia del nostro paese.

Un esempio di ciò che vi dico e che mi riguarda lo trovate sui canali social Confetti Pelino.

Forza!

Fabrizia

 

Netiquette Social. Il bon ton dei click.

La buona educazione è fondamentale per sviluppare rapporti sociali fondati sulla stima e il rispetto reciproco. Ogni situazione, pretende un certo tipo di comportamento. Che sia al lavoro, a casa di qualcuno, ad un evento o al supermercato, dobbiamo sempre ricordare di lasciare un buon ricordo della nostra presenza.

E sui social? Come ci si comporta? Ci sono delle regole da seguire? Évidemment!

I canali digitali hanno modificato il nostro modo di interagire nel corso degli ultimi anni. Spesso mi capita di sentire persone lamentarsi del fatto che i social network hanno peggiorato il nostro mondo. Mi sembra un’affermazione un po’ troppo azzardata. La verità, come spesso accade, sta nel mezzo. Sono le persone a decidere cosa fare delle proprie vite ogni giorno scegliendo come comportasi, cosa mangiare, dove andare, chi frequentare e via dicendo. Allo stesso tempo, sono le persone che decidono come comportarsi sul web. Dall’altro lato possiamo affermare che i social network hanno dato la possibilità a tutti di esprimere la propria opinione ma questo può accadere anche per strada, al cinema o in un bar. Dove sta la differenza? Sta nel coraggio.

La maggior parte delle persone preferisce dire ciò che pensa attraverso una reazione ad un post o con un commento principalmente per tre motivi.

1- Esporsi. La maggior parte delle persone non dice ciò che pensa per paura del giudizio altrui.

2- Prendere posizione. Accade quando manca la sincerità. Siamo essere umani predisposti a scegliere per natura. Che male c’è ad esternare le proprie scelte?

3- Affrontare un dibattito. Dire la propria sui social network rende tutto più semplice perché si può abbondare una conversazione senza essere costretti ad ascoltare anche l’altra parte. In definitiva manca la capacità di avere un dialogo costruttivo quando si hanno punti di vista differenti.

E quindi come ci si comporta sui social network? Innanzitutto partendo dal presupposto che questi ultimi rappresentano uno strumento che va integrato nelle nostre vite con intelligenza. Il loro avvento non ha carattere negativo e neanche positivo. Siamo noi a scegliere come usarli.

Ecco 10 regole d’oro della Netiquette Social rivolte a tutti i naviganti. Che tu sia un social media manager, il proprietario di un’attività che gestisce da solo i suoi profili social o un utente ricorda sempre di lasciare una buona impressione digitale di te o della tua attività.

1. Autolike. È come un autogol. Pubblichi un contenuto sul tuo profilo. Perché lo fai? Perché ti piace, è ovvio. Mettere like a ciò che hai scritto è come alzarsi la maglietta davanti allo specchio in palestra e complimentarsi con se stessi per i propri addominali. È trash ed è anche un po’ da sfigati. E quando l’autolike avviene su una pagina Facebook? A volte l’amministratore della pagina pensa di mettere like con il proprio profilo ed invece no. Siamo nel 2019. Vogliamo imparare ad utilizzare questi strumenti digitali oppure no? Coraggio!

2. Autoreferenziarsi. Ok fare storytelling del proprio lavoro. Dopotutto i social servono a questo, giusto? Condividiamo ciò che accade nelle nostre vite. Perfetto. L’importante però è non sfociare in descrizioni fasulle e gonfiate in cui ci si descrive come dei mostri sacri utilizzando slang inglesi. Siete degli esperti? Fatelo dire agli altri. La gente lo sa se siete davvero bravi. La gente sa tutto. Soprattutto sui social. Se vi spacciate per grandi imprenditori (di se stessi) e poi fate colloqui di lavoro in giro beh c’è qualcosa che non va. Siate umili!

3. Taggatori seriali. Fate i pr? Bene. Pubblicate la vostra pubblicità sui vostri profili. Taggare 50 persone con la serata di turno, l’evento di turno fa molto 2009 style oltre ad essere poco carino. Se qualcuno venisse a scrivere sulla vostra agenda senza il vostro permesso come ci restereste?

4. Tirarsela. Rispondere ai commenti dopo ore facendo finta di essere impegnati. Raga no. Questo vale in tutto. Abbiamo mille mezzi di comunicazione per avvertire che siamo impegnati. Ignorare qualcuno è davvero di cattivo gusto.

5. Aggiungere persone a casaccio. Aggiungere amici di amici per farsi gli affari loro e poi non salutarli per strada è come presentarsi ad una cena e sedersi a mangiare senza salutare gli altri commensali. Questi comportamenti già non andavano bene nel 2009 quando eravamo alle prime armi con Facebook. Dopo 10 anni sono aboliti. Assumere questo atteggiamento nel 2019 è come parlare ancora dei BackStreet Boys.

6. #Hashtag. Chiariamo una volta per tutte cosa sono e a cosa servono?

Hasthtag: il simbolo del cancelletto (#) associato a una o più parole chiave per facilitare le ricerche tematiche in un blog o in un social network.

In italiano vuol dire etichetta. La sua funzione è aggiungere valore ad un contenuto rendendolo cercabile sul web. Inventare hashtag senza senso non vi renderà fighi. Neanche utilizzare 64 hashtag (o 75 emoticon!) su un post di Facebook. Utilizzateli in maniera coerente con i vostri contenuti e sulle giuste piattaforme (Instagram, Twitter). Se andate a pranzo da vostra nonna e scrivete #aPranzoDaNonnaConcetta non vi cercherà nessuno a meno che voi non lanciate un Contest promozionale nel settore food magari invitando gli utenti che vi seguono a provare i piatti della domenica a casa di vostra nonna. In questo caso parlatene prima con vostra nonna.

7. Onnipresenza. Avete un’attività che ha tanto da dire? Bene, cercate di canalizzarlo sulle giuste piattaforme. Gestire la presenza su un social network comporta fatica, costanza, impegno ed una lunga serie di altri ingredienti. Essere ovunque è sempre la scelta sbagliata, a meno che voi non siate la CocaCola. Non piazzatevi su tutti i social network perché le icone di questi fanno scena sul vostro sito web. Defilatevi, incuriosite.

8. Assenze ingiustificate. Se decidete di inserire la vostra attività sui social network dovete rispondere a tutti i commenti. Si, anche a quelli estenuanti o ripetitivi. Il Customer service attraverso i social network è usato ormai da tutti. È un servizio facile e veloce. Dovete rispondere ai vostri utenti e dovete farlo anche in fretta. Se riceveste una chiamata presso la vostra attività lascereste squillare il telefono a vuoto? Per non parlare di quando abbandonate i vostri account social aziendali. Che abbiate licenziato il vostro social media manager o che vi siate stancati di avere una presenza social fate una scelta netta. Uscite definitivamente dai social network. Un profilo non aggiornato è come una casa abbandonata.

9. Negatività. Non utilizzate i social network per sfogare la vostra frustrazione su tutto e tutti. Commenti negativi. Insulti. Cyberbullismi di ogni tipo sono vietati categoricamente. Insultare le persone sui social è come svegliarsi la mattina, affacciarsi al balcone e iniziare a sparare a zero su tutti. È da folli. In questo caso dovreste farvi curare.

10. Sperperare i dati. Dove sta andando la vostra presenza sui social network? Qual è l’obiettivo da compiere? Se ne avete uno bene, siete a metà dell’opera. Per completare questo percorso è necessario conoscere il vostro target di riferimento e analizzare i risultati. Pretendete dei report da chi avete ingaggiato. Rendetevi conto di quanto il vostro investimento abbia prodotto risultati, che essi siano click, visualizzazioni o like. Guardate i vostri social network come vi guardate la mattina prima di uscire allo specchio chiedendovi: “mi piaccio?”. Se la risposta è no datevi da fare per cambiare in meglio.

Che fatica essere sui social, eh? Non lo dite a me 😜. Scegliete chi dovrà curare la vostra immagine sui social network come quando dovete scegliere le scarpe per un matrimonio. L’obiettivo è arrivare fino alla fine con il sorriso stampato in volto.

🙂

Fabrizia

Cambio stagione, cambio strategia!

Aria di primavera e di cambio armadio! La bella stagione si avvicina e con lei una nuova strategia. E cosa si fa della vecchia strategia? Esattamente quello che si fa con i vestiti invernali. Si decide cosa tenere per la prossima stagione e cosa dar via. Cambiare però non vuol dire buttar via la nostra vecchia identità. Tra i vari maglioni ripiegati e lavati c’è lo stile che ci ha rappresentato fino ad oggi. Ed è da quello che ripartiamo per definire il nostro look primavera/estate.

Cosa accade sui social? Se siamo stati bravi ad osservare il mercato, ad ascoltare i nostri clienti, a percepire i bisogni dei consumatori siamo già a buon punto perché sappiamo in che direzione muoverci. Se poi abbiamo anche analizzato i dati ottenuti, fissato gli obiettivi raggiunti finora abbiamo già il 70% del nostro planning strategico in mente. Complimenti!

Sarebbe bello poter definire la strategia digitale integrata di un intero anno a novembre ma purtroppo il lavoro è soggetto ad imprevisti, a cambiamenti e altri elementi aleatori che nessun digital strategist può prevedere. Tutti questi elementi rappresentano il 30% che manca alla definizione del nostro planning.

L’evoluzione dei social network, le abitudini dei consumatori, i mutamenti del mercato di riferimento, l’ingresso di nuovi competitor nel nostro settore sono in continuo movimento. Si possono paragonare a quel compleanno che magari avevamo dimenticato nel mezzo di giugno, o a un invito inaspettato a cena fuori, ad una gita in barca non prevista e così via. Ed in quel momento guardi l’armadio e pensi: “e adesso che mi metto?”. È li che bisogna saper prendere una decisione pragmatica e veloce che ci consenta di avere l’outfit giusto sentendoci a proprio agio in una situazione che non avevamo previsto.

Ultimamente sto notando una maggiore apertura mentale e un maggiore interesse per le attività digitali. Le attività, anche se locali, hanno voglia di emergere attraverso i social network. Tutto ciò mi rende molto felice. C’è aria di primavera e di cambiamento anche in quelle attività che fino a solo un anno fa erano spaventate dall’intraprendere una strategia digitale, o peggio, avevano avuto una brutta esperienza con qualche agenzia.

Nella comunicazione la cosa più importante è ascoltare ciò che non viene detto. Peter Drucker.

In Italia non siamo così bravi ad ascoltare, diciamoci la verità. Ho avuto diversi feedback negativi sul mio settore nel corso degli anni. Perché? Perché bisogna essere in grado di dare spiegazioni dettagliate, di rispettare volontà e tempistiche, di dimostrare professionalità e di conoscere bene i propri strumenti di lavoro. Bisogna portare risultati prima per i propri clienti e poi per se stessi. E tutto questo può accadere solo se siamo disposti ad ascoltare non solo con le orecchie.

Avere una pagina Facebook non vuol dire avere una strategia così come bere tanti caffè non vuol dire essere svegli 🙃

Avere una strategia vuol dire saper decidere cosa fare anche quando per strada si incontrano molti bivi. Una strategia è il paracadute che ti consente un atterraggio morbido che limiti i danni e ti consenta di continuare a camminare con le tue gambe. Che si tratti della tua attività o di un invito inaspettato a cena fuori! 😜

La mia strategia personale l’ho chiamata VPA. VISUALIZZA, PIANIFICA e AGISCI. È il modello standard che definisce uno schema da seguire e che si può adattare e personalizzare in ogni situazione. Ma di questo ne parliamo la prossima volta 😉

Fabrizia