Chi lo dice che i bilanci si fanno solo a fine anno?

Non aspettare. Siediti, osserva, ragiona e tira la linea oggi stesso. I risultati sono sempre il frutto di una serie di valutazioni che ti aiutano a riflettere su ciò che ti fa star bene e ciò che ti mette a disagio.

I bilanci non si redigono solo a fine anno, no. I bilanci si redigono ogni qualvolta è necessario un cambiamento. Si redigono per non avvizzire all’interno di una zona di comfort. Si redigono per non abituarsi troppo. Soprattutto a ciò che non va.

Con il passare degli anni sono diventata molto zen. Davanti ad una situazione che mi mette a disagio, personale o lavorativa che essa sia, prendo del tempo per osservare e testare tutte le opzioni. Il 90% delle volte chiudo un occhio, comprendo, mi metto a disposizione, analizzo, riassumo e respiro. Il 10% delle restanti volte chiamo un’amica che saggiamente mi ascolta per 10 minuti di fila in cui mi sfogo senza mai smettere di parlare. Dopodiché ogni 3 mesi redigo un bilancio. Se dopo 2 bilanci consecutivi ci sono situazioni che continuano a non migliorare o addirittura peggiorano, rischiando di tramutarsi in gastrite da stress, vuol dire che è tempo di intervenire.

Hai presente una campagna pubblicitaria che non va? Hai provato a cambiare il copy, la grafica, il target ed i risultati continuano a scarseggiare. Sarà colpa del prodotto? Del brand? Del passaggio finale in cui gli utenti devono interfacciassi con il servizio? Dentro di te sai bene quale è il problema. Non resta che estirparlo con decisione.

Negli ultimi mesi ho accumulato un po’ di stress come tutti. Alcune situazioni però le ho tollerate meno di altre. Sarà che si sono appunto ripetute in più di un bilancio, sarà che crescendo non ho più tanta voglia di tollerare.

Ecco 3 situazioni che reputo tossiche nell’ambiente lavorativo:

  1. DONNE VS DONNE. Un grande classico che purtroppo non tramonta. Raramente nel mio lavoro mi interfaccio con altre donne. Quando accade sono sempre molto motivata ed inizio anche a farmi qualche film. Fantastico sul fatto che questa conoscenza possa diventare la base per la costituzione di un progetto al femminile. Ahimè nel 98% dei casi ho a che fare con donne infastidite dalla mia presenza. Essenza? Spirito? Boh. Cerco di proporre idee, di avere un tono amichevole, di mettermi a disposizione. Risultato? Una delle ultime risposte che mi è stata data: “ah non saprei, non mi viene in mente nulla. Magari fammi sapere”. Vi parlo di una situazione in cui io non avevo affatto bisogno del supporto di questa persona, anzi era proprio il contrario. Eppure vince l’acidità a priori. Ne ho parlato qui.
  2. “VABBÈ MA É SOLO UN POST”. Questa frase mi è stata detta da un (orami ex) cliente con cui abbiamo collaborato insieme per oltre due anni. Non ci sono mai stati problemi. Durante la pandemia ho cercato in ogni modo di essere comprensiva e di andargli incontro tenendo a mente le difficoltà dovute al COVID-19. Ora che le cose stanno cambiando e stanno andando verso una nuova crescita mi dispiace molto vedere che non sia ancora chiara l’importanza del digitale. Che si utilizzino frasi volte a sminuire il lavoro cercando di estorcere sconti o fare battute sul fatto che sia troppo costoso. Torno a ripetere il mio esempio del ristorante. Se vai a cena fuori non ti alzi dal tavolo dicendo che pagherai più in la perché ora non hai disponibilità. Se ti viene voglia di un contorno e lo ordini, non ti meravigli a fine pasto di trovarlo in fattura. Lo sai da subito se puoi permetterti un servizio oppure no.
  3. I “VORREI MA NON POSSO”. Quanto è frustrante ascoltare persone che si lamentano di continuo di un problema che chiaramente non vogliono affrontare? Da diverso tempo orami ho imparato che le soluzioni sono come i consigli. Vanno elargite solo quando vengono esplicitamente richieste. Due settimane fa, mentre esaminavo delle candidature per B-Side, ho ricevuto un messaggio su LinkedIN da una persona che “era tentata di candidarsi all’offerta” ma poi “ha desistito”. L’offerta di lavoro, come social media manager, richiedeva un video per candidarsi anziché il classico CV copiato ed incollato da inviare in un secondo attraverso un click. Nel testo è stato sottolineato che in un precedente annuncio la maggior parte delle candidature arrivate erano in formato Europass, così abbiamo ironizzato sulla forma ormai arcaica di questa tipologia di CV che sembra voler uniformare tutti sottolineando il possesso della patente B anziché far emergere la personalità dei candidati. Per questo motivo come primo approccio preferiamo un video in modo da prendere in considerazione soprattutto l’empatia. La persona in questione non ha colto l’ironia. Ha parlato di “momento storico in cui la gente ha bisogno di lavorare” come se noi stessimo cercando qualcuno da sfruttare o se chiedere un video ad un possibile social media manager che dovrebbe avere dimestichezza nel parlare davanti una telecamera sia una pratica di tortura. Inoltre parliamo di una posizione da remoto perciò le informazioni riguardanti le patenti possedute sono del tutto superflue. Sembrava scontato. Di contro questa persona mi ha scritto: “lasciare inserito nel cv che si ha la patente è un punto di demerito? Si è scartati solo per questa minuzia?”. È una conversazione molto lunga che non voglio condividere interamente, voglio utilizzarla come spunto per fare un’analisi. Un’osservazione sull’utilizzo dei social in generale, come sempre: se qualcosa non ti piace e la sua presenza non ti reca alcun danno perché non vai oltre anziché perdere tempo a contestarla?

Le relazioni lavorative, come quelle personali, devono rappresentare un supporto per i propri obiettivi. Un’ispirazione per le proprie idee. Un confronto per il proprio miglioramento. Un incoraggiamento a spiccare il volo. Lascia le zavorre a terra oggi, il tuo domani ti ringrazierà.

È una lezione che ho imparato negli anni pagando un prezzo carissimo. 

Fa

La comunicazione funziona se è a due sensi.

Lo scorso weekend ero in giro con amici. Quasi estate. Quasi fine del coprifuoco. Quasi pace dei sensi. Mi capita spesso di parlare di lavoro durante il mio tempo libero e trovo sempre istruttivo ascoltare il parere di chi mostra interesse per la mia attività. Quasi sempre. A volte capita di incontrare il tipo di turno che parte già prevenuto. Ti guarda stizzito e, convinto del fatto che riceverà da te risposte che non lo soddisferanno, decide comunque di estorcerti una consulenza a 360 gradi senza tenere conto di orario e luogo. Tra le varie richieste, passando per l’intramezzo sul classico pippone dell’agenzia di turno che gli ha stilato un preventivo di cui non è convinto soprattutto per il prezzo, arriva sempre il domandone finale. Questa volta rivoltomi dal suo accompagnatore: “quanto costa quello che fai?”. A questo punto la mia faccia assume una specie di smorfia che non riesco e non riuscirò mai a nascondere. Forse perché non la voglio nascondere. Mi indispone sempre questa domanda. Chiedere il prezzo di un servizio senza conoscerne il valore e comprenderne il funzionamento è come chiedere a qualcuno di uscire dicendogli “guarda non me ne frega assolutamente nulla di cosa pensi e del tuo essere. Te o un’altra persona non avrebbe fatto differenza stasera”.

Quantificare un prezzo a naso senza conoscere gli obiettivi e la storia dell’azienda su cui andare a definire una strategia non è professionale. Secondo queste persone c’è un listino prezzi per tutto. E deve essere cheap. Come se io la mattina mi svegliassi, aprissi il chiosco in spiaggia e iniziassi la mia attività di vendita di cocchi. Attività per la quale avrei comunque dovuto calcolare già in precedenza quando e come raccogliere i cocchi. Tenere quelli buoni e scartare quelli non buoni. Calcolare il tempo che mi è costato per svolgere questa attività, i costi di trasporto, eventuali aiuti extra e le spese legate alla gestione e al mantenimento della mia attività. Inoltre che tipo di cocchi vendo? Come li vendo? Aperti? Chiusi? Su un vassoio? Serviti al tavolo? Tovaglioli ne abbiamo? Posti a sedere all’ombra? Se a 300 mt aprisse un chiosco che offrisse anche un servizio di massaggio al viso con olio di cocco?? Che faccio? Eh, non è più così idilliaco pensare a questo lavoro come quando durante lo stress quotidiano si dice: “Basta! Me ne vado a vendere cocchi su una spiaggia!”, vero?

Sta di fatto che la cosa più ironica di tutto ciò è che, alla domanda “quanto costa quello che fai?”, il tipo di turno si da una risposta da solo anticipando la tua e dicendo: “eh TROPPO!”. A questo punto la conversazione andrebbe definitivamente chiusa ma ahimè, quanto mi piace prendere una posizione e rispondere comunque in modo carino nell’inutile speranza che il soggetto avverso capisca non ve lo so quantificare (neanche questo!).

La verità è che nel 2021 non è tollerabile (almeno per me) che persone appartenenti alla generazione Millennials, e che quindi dovrebbero essere super capaci di comprendere argomenti quali comunicazione, web marketing, social media ecc, pensino ancora che pubblicare un post voglia dire buttare una foto e due parole online.

Quanto costa allora “quello che faccio”? Iniziamo a dare un nome a quello che faccio. Io sono una digital strategist. La mia mission è quella di definire strategie di social media marketing in grado di supportare le aziende nel raggiungimento degli obiettivi prefissati nel proprio mercato di riferimento. Come? Attraverso la gestione dei social network e delle campagne pubblicitarie collegate ad essi. Il tutto attraverso una consulenza costante messa a disposizione delle aziende che si avvalgono della professionalità e della competenza della mia figura e dei miei collaboratori che lavorano con me al progetto. Vi sembra complicato? In realtà ci sono tante altre cose da spiegare. Tipo la definizione del tone of voice, strutturare un calendario, avere risposte sempre pronte davanti alle esigenze dei clienti, risolvere gli imprevisti, proporre nuove idee e così via. E la creatività? Ti svelo un segreto: non abbiamo un sacchetto magico da cui estraiamo idee. Le idee migliori mi sono venute nei momenti più improbabili. E il tempo? Tutto quello che serve. Senza pause il più delle volte.

Quando a qualcuno tutto ciò sembra superfluo consiglio sempre i servizi di cui ho sentito parlare. 500 euro all’anno full optional. Sito web, social media, 100 euro in regalo di Facebook Adv e tanto altro ancora! C’è l’imbarazzo della scelta in questo mare fatto di false promesse e disservizi.

Immagina di entrare in un ristorante e dire al proprietario: “ti do 500 euro ALL’ANNO e vengo a mangiare ogni volta che voglio”. Non sto dicendo che un costo elevato è garanzia di un servizio ottimale. Bisogna sempre tenere conto di cosa è necessario per sviluppare un progetto, da dove si parte e dove si vuole arrivare.

La comunicazione funziona se è a due sensi. Bisogna essere compatibili per creare qualcosa di straordinario insieme. Bisogna parlare la stessa lingua e aiutarsi a comprendere ciò che non si conosce. Bisogna sentirsi soddisfatti e proprio agio con il tipo di comunicazione utilizzato. E questo vale in tutte le relazioni della nostra vita.

Fa

La settimana della super produttività. Concime per i tuoi obiettivi.

Lo scorso weekend ho redatto il bilancio mensile di gennaio. 

Si è chiuso in positivo.

Bene no? Dipende. Difficilmente mi sento soddisfatta al 100%. Ho riletto attentamente gli obiettivi 2021 e mi sono focalizzata su quelli del mese di febbraio. Sentivo che potevo dare di più. Le mie performance potevano migliorare. Come? Ho deciso di inserire “la settimana della super produttività”. Non è il massimo come nome, lo so. Non sono una guru della crescita personale. Sono un’appassionata che si ispira a persone che ne sanno molto più di me e metto in pratica gli aneddoti acquisiti per provare a migliorarmi.

Cos’è questa settimana della super produttività allora? È una settimana in cui l’attenzione alle priorità in tutti i campi della mia vita (lavoro, amici, relazioni, workout, meditazione, cibo sano, tempo libero ecc) è concentratissima. Ognuno di questi ambiti passa attraverso un imbuto magico che trattiene ciò che non è indispensabile e lascia passare quello che lo è. È una sorta di processo di snellimento. L’indispensabile viene organizzato nel mio calendario settimanale. Non vi è spazio per altro.

A cosa serve?

A volte viviamo degli eventi che non riusciamo a gestire benissimo. Il risultato è un rallentamento verso i propri obiettivi. Altre volte, siamo così presi dal lavoro e dalla routine, da non accorgerci che stiamo tralasciando azioni importanti per la nostra crescita personale e per la nostra felicità.

È normale. Accade a tutti e non c’è niente di male se si interrompe il processo il prima possibile. La settimana della super produttività serve a questo. A risparmiare tempo. A rompere la routine in cui spesso ci chiudiamo ritrovandoci a fare tutto per abitudine senza provare più gioia, passione ed entusiasmo per la nostra vita.

Il mio metodo si basa sull’inserimento della settimana della super produttività una o due volte al mese (dipende dal riscontro). Sono una persona che si annoia facilmente e ho bisogno di stimoli ed emozioni. In caso contrario mi trasformo in una pessima compagnia. Utilizzo questo metodo non appena sento che la routine si appiattisce.

Ecco un esempio della mia personale settimana della super produttività:

• Sveglia alle 6.15. (Non ho mai avuto problemi a svegliarmi presto ma ODIO uscire così presto dal piumone in inverno).

• Passeggiata al mare mentre ascolto podcast. Questa è stata la settimana più nebbiosa e nuvolosa della storia perciò non ho mai visto il sole all’alba ma è stato bello lo stesso. (Abitare a 300 mt dal mare certo aiuta, mi rendo conto).

• Allenamento (a casa ahimè in questo periodo).

• Colazione. Niente messaggi e mail di lavoro fino a dopo colazione.

• Lavoro. Lavoro. Lavoro. (Occhio alle distrazioni. Ve ne ho già parlato qui).

• Pause dal lavoro leggendo un capito di un libro.

• Cibo salutare cucinato a casa.

• Meditazione con focus su obiettivi.

• Appuntamenti e call: solo indispensabili legati agli obiettivi. Tutto ciò che riguarda una perdita di tempo è bandito.

• 1 o 2 ore dedicate ad un progetto personale (si quello per cui diciamo di non avere tempo quando la verità è solo che non abbiamo voglia).

• Agenda sempre a portata di mano. La mia agenda “motivazionale” non è di quelle fighissime che si vedono su Instagram. Non la utilizzo per disegnarci su. Non l’ho mai fatto perché sarebbe appunto una perdita di tempo. Gli articoli da cancelleria però sono uno dei miei punti deboli. Ho bisogno di soddisfare la voglia di riempire sezioni dedicate al recap.

• 1 ora dedicata all’ordine (aridaje Fa). Allora capisco che, sotto questo aspetto, ognuno può avere le sue abitudini. Sono fissata per la pulizia e l’ordine e la mia casa è sempre impeccabile. Durante questa settimana però credo che sia utile fare piccoli cambiamenti. Spostare qualcosa, pulire un cassetto, risistemare dei libri. A me da senso di benessere.

• Serie TV ok ma in lingua originale (inglese) per allenarsi.

• Niente telefono prima di dormire e a letto presto. Questi per me sono tasti dolentissimi perché spesso c’è qualche emergenza social soprattutto in questi periodo legato alla pandemia. Inoltre non ho mai avuto un buon rapporto con il sonno. Quindi spesso tento di addormentarmi con un’altra meditazione, camomilla con melatonina ed erbe varie.

• Il weekend della super produttività invece si svolge più o meno allo stesso modo. Cucinare un piatto salutare ma più sostanzioso. Leggere di più. Rivedere le idee che mi sono venute in settimana. Incontrare persone che possano ispirarmi e che possano trasmettere positività. Dedicarmi ai progetti personali.

Molti potrebbero pensare che sia un incubo vivere una settimana così. Non lo è affatto. Concentrarsi su ciò che desideriamo è uno dei regali migliori che possiamo fare a noi stessi. Il nostro cervello si abitua a tutto in fretta. Se pensiamo di poter fare di più dobbiamo trovare il modo di accendere questa miccia.

Le settimane di super produttività innescano un’abitudine positiva. Lunedì prossimo, ad esempio, il mio cervello non ricorderà la fatica fatta per alzarmi quando la luna era ancora in cielo. Ricorderà l’emozione provata al mare durante l’alba.

Il nostro cervello tende a zuccherare i ricordi (cit.).

Per quanto un’esperienza sia stata negativa, non la ricordiamo mai con la stessa intensità. Ciò è dovuto allo scorrere del tempo. Ciò che dobbiamo fare è accorciare queste tempistiche mettendoci un po’ di impegno. È uno degli insegnamenti che più mi è rimasto impresso durante gli anni dell’università e a cui faccio spesso riferimento. E non perché l’università mi abbia svelato chissà quali segreti. Il professore che pronunciò questa frase, oltre a svolgere un corso fighissimo (per cui non era previsto neanche un voto ma solo 4 crediti 😒), fu colui che mi fece conoscere il primo libro di crescita personale che acquistai. Non tutte le settimane devono essere così. Ne basta una al mese per stabilire un equilibrio ed innescare un circolo vizioso positivo.

Come potrebbe essere la tua settimana della super produttività?

Fabrizia

Instagram. Errori e dolori dei social media manager.

Instagram fa parte della nostra quotidianità da diversi anni ormai. Lanciata nel 2010, dopo due anni questa app era già nella scuderia Zuckerberg. Il suo successo è stato eclatante conquistando 10 milioni di utenti in un solo anno.

Sembra ieri vero? E invece sono passati 10 anni. Cosa abbiamo imparato in questo lungo periodo? Purtroppo ancora troppo poco. 

Sui profili personali è inutile dilungarsi. Ciò che è davvero inconcepibile, nella stragrande maggioranza dei casi, è la “strategia” adottata per gestire gli account business. 

Ogni volta che mi viene conferito l’accesso ad un account IG già esistente so che stanno per arrivare i dolori. Questi account sono tutti uguali. Non superano i 500/1000 follower e ne seguono dai 2500 ai 5500. 

Analizzando i following mi rendo conto che i profili seguiti si distinguono in tre categorie:

  • amici degli ex gestori delle pagine;
  • profili a caso (semi vip e ragazze un po’ svestite);
  • account, da me definiti, immondizia (fake – attivazione bot).

Analizziamo questi tre punti e facciamo un confronto tra le aspettative e il risultato (Instagram vs Realtà!).

Se pensate che seguire i vostri amici IG possa essere un buon modo per fare pubblicità al profilo del vostro cliente vi sbagliate. Il 94% di questi “amici” non ricambiano il following e non sono interessati affatto al brand. In questo modo il vostro profilo ha un’immagine equivalente a quella del porta a porta. Se invece lo fate per far crescere i profili dei vostri amici avete probabilmente sbagliato impiego.

Seguite gente “vip” o semi-famosa (che magari ha pure comprato follower) pensando che possano investire nel vostro brand? Ebbene anche qui vi sbagliate. State solo fomentando il loro ego e il vostro profilo avrà una patina un po’ nerd.

Last but not least l’attivazione dei bot che vi procurerà non solo un rimpinguo di profili arabi/turchi/tunisini finti come i soldi del monopoli; vi assicurerà anche uno squilibrio così forte dell’algoritmo che IG vi penalizzerà nascondendo ancora di più il vostro account. Lo squilibrio riguarda anche chi decide di acquistare follower. Instagram lo sa che state acquistando una finta visibilità con strumenti non consentiti.

Che disastro eh? E non vi dico che rottura prendere in mano questi profili.

La corsa ai follower non va davvero più di moda. La strategia giusta da adottare su Instagram per avere un profilo performante è lavorare sul target di riferimento del brand per consolidare ed ampliare il proprio pubblico. Utilizzare gli hashtag, investire con Instagram Ads, intrattenere relazioni di valore, approcciare all’influencer marketing. Avere un profilo che segue di tutto e di più risulta anche un po’ una cosa da sfigati e conferisce poca credibilità.

Significato di performante: generare conversioni a prescindere dal numero di follower!

 

Fabrizia

 

Guida definitiva alla gestione dei commenti negativi sui social network

Sui social network, come nella vita quotidiana, ognuno esprime la sua opinione. La differenza sta nel fatto che, se spesso nella vita di tutti i giorni ci si pone un limite nell’andare in giro a giudicare e criticare gli altri apertamente, sui social network si lanciano delle vere e proprie bombe capaci di generare problemi di diversa portata a tutti coloro che gestiscono le pagine aziendali. Ad esempio la perdita di tempo, il nervosismo crescente e il rischio di mettere a repentaglio l’immagine del brand creando vere e proprie colonie di haters.

L’interazione sui social network non implica un contatto visivo e quindi rende più semplice dare voce alle proprie emozioni negative. Nel 90% dei casi i commenti negativi non provengono da un’esperienza diretta con il brand, si basano su critiche volte a dare sfogo alla propria frustrazione. Senza focalizzarci troppo sui motivi per cui la gente sia così frustrata, cerchiamo di capire come comportarci in questi casi lasciando la psicologia a chi l’ha studiata.

Quante volte su TripAdvisor abbiamo letto recensioni pazzesche di un ristorante che poi abbiamo provato ma non ci è piaciuto? O quante volte è accaduto il contrario? I gusti sono personali e le frustrazioni anche.

L’interazione sui social network serve a: informare, interagire e supportare. Tutto il resto deve avere poco a che fare con le vostre pagine aziendali. Quindi quali sono i concetti chiave della guida definitiva alla gestione dei commenti negativi sui social network? La risposta (più breve del titolo) probabilmente vi stupirà: CANCELLARE o/e BLOCCARE.

Fa tutto qui? Si, mi dispiace deludervi. Se vi aspettavate un articolo da cui prendere appunti mettete penne e smartphone da parte.

Se mi aveste chiesto un anno fa come dover affrontare questa situazione vi avrei risposto che i commenti negativi non si cancellano mai. Che un brand deve essere capace di affrontare le critiche, che deve riuscire a spiegare la propria politica aziendale e che deve essere sempre accomodante. Nell’ultimo anno l’advertising è cambiato, si è evoluto. Tutto è diventato più veloce anche nella quotidianità. I commenti degli haters devono restare nel passato. Non possono evolversi con noi. Non hanno senso e motivo di esistere e noi non dobbiamo dargli spazio. Ho tentato innumerevoli volte di rispondere agli insulti. Non è mai servito a nulla. Ho capito che queste persone hanno nella loro to do list giornaliera rompere le scatole come attività primaria.

Se un commento sta esclusivamente insultando il vostro lavoro non fatevi problemi a cancellarlo. Queste persone non fanno parte del vostro target di riferimento. Molto spesso sono profili con nomi e foto improbabili e quindi fake che per nascondere la loro frustrazione nascondono anche la loro faccia. Non vogliono conoscere la vostra storia, tantomeno acquistare i vostri prodotti. Vogliono solo sfogarsi. Un po’ come quelli che passano le giornate a scrivere sulla pagina di Chiara Ferragni che i suoi piedi sono brutti. Quando il commento supera davvero ogni limite perché utilizza anche parolacce bloccate direttamente. Lasciarli fare vuol dire dare modo ai loro simili di accodarsi e creare una vera e propria rete di haters che si trastullano sulla vostra pagina insultandovi di continuo.

Piccolo consiglio: se avete utilizzato l’obiettivo “interazione” per una campagna social, sappiate che la quasi totalità di coloro che interagiscono con like, commenti e condivisioni non sono compratori.

Come dico sempre “non sono i like che vi fanno vendere”. 

Diverso è il caso in cui un vostro cliente ha avuto un’esperienza negativa con il brand. In quel caso il customer service è fondamentale. La strategia sarà: aprire un dialogo, scusarsi e intraprendere un’azione offline per risolvere il problema. Ogni volta che perdete tempo a rispondere gentilmente ad un commento negativo che invece ha come unico scopo quello di insultare sappiate che togliete tempo a definire un obiettivo più importante. 

Teniamo sempre a mente quanto il 2020 ci abbia messo a dura prova facendoci comprendere l’importanza del nostro tempo e di chi ci circonda. Fare pulizia è un dovere morale. Anche sui social network.

Fabrizia

 

Comunicare sui social network ai tempi del COVID-19

Tre settimane fa non ancora sapevamo bene cosa sarebbe successo. Il calendario editoriale continuava scandire le pubblicazioni social e i suoi rintocchi suonavano rassicuranti. 

Dopodiché la situazione COVID-19 ha preso il sopravvento. Il governo ha emanato le prime restrizioni sull’attività lavorativa. Nei giorni successivi le stesse restrizioni sono state rafforzate. 

Cosa accade sui social network? Che fine fanno i calendari editoriali su cui abbiamo lavorato nei mesi precedenti? Di cosa parliamo ora? Ne parliamo?

Troppe domande? Eppure tutte queste domande sono rimbombate nella testa, di chi come me, lavora con i social media chiedendosi cosa fosse giusto fare. 

Per me, che sono una sostenitrice della verità e del non fare finta di niente, è giusto parlare di quanto accade. Se si affronta un argomento con il proprio linguaggio aziendale, con informazioni veritiere e con educazione e rispetto si può parlare di tutto sui social network (come nella vita). 

AFFRONTARE-CONFRONTARE-COLLOQUIARE 

Il primo passo è affrontare la situazione, bloccare il calendario su cui avevamo tanto lavorato e comunicare agli utenti cosa sta accadendo nella routine aziendale, rassicurarli sul fatto che saranno aggiornati costantemente sui cambiamenti futuri. 

Comunicare la verità genera credibilità. 

Il secondo passo è fatto di due confronti. Uno interno ed uno esterno. 

Il confronto interno è quello con il team aziendale per definire una nuova strategia di brand awareness. Una volta affrontato il problema con gli utenti non possiamo continuare a focalizzarci sull’aspetto negativo. Dobbiamo creare punti di contatto positivi con loro. In momenti di crisi come questo i social network devono rappresentare, ancora di più, un utile strumento di informazione e devono essere veicolati a supportare e ad intrattenere gli utenti con contenuti di qualità. 

Perché una strategia di brand awareness? In questo momento le attività di produzione sono bloccate, le spedizioni devono dare priorità ai beni di prima necessità. La cosa migliore che possiamo fare è comunicare informazioni riguardanti il brand con l’obiettivo di far conoscere meglio l’attività, i prodotti, i servizi, la storia, le iniziative intraprese e così via. Uno storytelling che si rivolga alle persone che devono necessariamente passare la maggior parte del loro tempo dentro casa e che aiuti a spazzare via quell’ondata di negatività che aleggia in tutti i social network.

Inoltre in questi casi bisogna sfruttare una delle componenti che di solito oltre ad essere introvabile, non è acquistabile. Quale? Il tempo! In questi momenti di “calma” (si fa per dire) bisogna prendersi il tempo di analizzare quello che è stato fatto finora, quello si poteva fare (che magari è stato rimandato per mancanza di tempo) e soprattuto quello che si potrebbe fare per migliorarsi. Un buon esempio può essere quello di chiedere ai nostri utenti cosa vorrebbero dal loro brand di fiducia. Un servizio, una prodotto presentato in un altro modo, le idee degli utenti possono essere tantissime.

Il confronto con gli utenti è utile per comprendere:

  1. Come il brand viene percepito (reputation)
  2. In cosa è stato carente finora 
  3. Come può aumentare la soddisfazione dei suoi consumatori 
  4. Che unire le proprie idee a quelle degli utenti può essere il modo migliore per creare/migliorare/modificare un prodotto o un servizio da lanciare nel prossimo anno
  5. Come dare valore ai bisogni dei suoi consumatori

Il confronto è una straordinaria arma di unione

L’ultimo step è colloquiare con gli utenti. Esattamente come abbiamo sempre fatto. Questa volta aggiungeremo un tocco più personale, ancora più umano. 

Perché? A prescindere dalla strategia digitale è importante che gli utenti percepiscano che il brand, nonostante le difficoltà quali produzioni ferme, spedizioni con diverse tempistiche, adattamento delle nuove normative, sia formato da persone che stanno lottando con le stesse incertezze e paure di tutti e che si stiano impegnando per trasformarle in punti di forza. Punti di forza che nel futuro (si spera il prima possibile) siano in grado di far parte dell’enorme ingranaggio che muove tutta l’economia del nostro paese.

Un esempio di ciò che vi dico e che mi riguarda lo trovate sui canali social Confetti Pelino.

Forza!

Fabrizia

 

Cambio stagione, cambio strategia!

Aria di primavera e di cambio armadio! La bella stagione si avvicina e con lei una nuova strategia. E cosa si fa della vecchia strategia? Esattamente quello che si fa con i vestiti invernali. Si decide cosa tenere per la prossima stagione e cosa dar via. Cambiare però non vuol dire buttar via la nostra vecchia identità. Tra i vari maglioni ripiegati e lavati c’è lo stile che ci ha rappresentato fino ad oggi. Ed è da quello che ripartiamo per definire il nostro look primavera/estate.

Cosa accade sui social? Se siamo stati bravi ad osservare il mercato, ad ascoltare i nostri clienti, a percepire i bisogni dei consumatori siamo già a buon punto perché sappiamo in che direzione muoverci. Se poi abbiamo anche analizzato i dati ottenuti, fissato gli obiettivi raggiunti finora abbiamo già il 70% del nostro planning strategico in mente. Complimenti!

Sarebbe bello poter definire la strategia digitale integrata di un intero anno a novembre ma purtroppo il lavoro è soggetto ad imprevisti, a cambiamenti e altri elementi aleatori che nessun digital strategist può prevedere. Tutti questi elementi rappresentano il 30% che manca alla definizione del nostro planning.

L’evoluzione dei social network, le abitudini dei consumatori, i mutamenti del mercato di riferimento, l’ingresso di nuovi competitor nel nostro settore sono in continuo movimento. Si possono paragonare a quel compleanno che magari avevamo dimenticato nel mezzo di giugno, o a un invito inaspettato a cena fuori, ad una gita in barca non prevista e così via. Ed in quel momento guardi l’armadio e pensi: “e adesso che mi metto?”. È li che bisogna saper prendere una decisione pragmatica e veloce che ci consenta di avere l’outfit giusto sentendoci a proprio agio in una situazione che non avevamo previsto.

Ultimamente sto notando una maggiore apertura mentale e un maggiore interesse per le attività digitali. Le attività, anche se locali, hanno voglia di emergere attraverso i social network. Tutto ciò mi rende molto felice. C’è aria di primavera e di cambiamento anche in quelle attività che fino a solo un anno fa erano spaventate dall’intraprendere una strategia digitale, o peggio, avevano avuto una brutta esperienza con qualche agenzia.

Nella comunicazione la cosa più importante è ascoltare ciò che non viene detto. Peter Drucker.

In Italia non siamo così bravi ad ascoltare, diciamoci la verità. Ho avuto diversi feedback negativi sul mio settore nel corso degli anni. Perché? Perché bisogna essere in grado di dare spiegazioni dettagliate, di rispettare volontà e tempistiche, di dimostrare professionalità e di conoscere bene i propri strumenti di lavoro. Bisogna portare risultati prima per i propri clienti e poi per se stessi. E tutto questo può accadere solo se siamo disposti ad ascoltare non solo con le orecchie.

Avere una pagina Facebook non vuol dire avere una strategia così come bere tanti caffè non vuol dire essere svegli 🙃

Avere una strategia vuol dire saper decidere cosa fare anche quando per strada si incontrano molti bivi. Una strategia è il paracadute che ti consente un atterraggio morbido che limiti i danni e ti consenta di continuare a camminare con le tue gambe. Che si tratti della tua attività o di un invito inaspettato a cena fuori! 😜

La mia strategia personale l’ho chiamata VPA. VISUALIZZA, PIANIFICA e AGISCI. È il modello standard che definisce uno schema da seguire e che si può adattare e personalizzare in ogni situazione. Ma di questo ne parliamo la prossima volta 😉

Fabrizia

L’universo ama la velocità.

Durante il secondo anno di università frequentai un corso davvero interessante. In ogni lezione, il nostro professore veneto, ci raccontava un aneddoto. Ogni storia aveva un duplice obiettivo: spronarci a riflettere da un lato e ispirarci dall’altro. Furono le prime vere e proprie lezioni motivazionali a cui partecipai. E fu proprio in una di queste lezioni che si palesò ai miei occhi il primo libro di carattere motivazionale che divenne poi la base del mio pensiero attuale. (Questa storia ve la racconto un’altra volta però). Alla metà di ogni lezione dovevamo scrivere un breve racconto personale in cui descrivevamo una situazione simile all’aneddoto raccontato. La similitudine non stava nei dettagli ma bensì nella morale con cui si concludeva la storia.

Era un modo per fare luce su tanti aspetti della propria vita. In una delle 8 lezioni, il professore, si focalizzò sui tempi di reazione del nostro cervello agli eventi negativi che viviamo nel corso della nostra vita. Quando ricordiamo un evento negativo passato non percepiamo mai la stessa intensità dei sentimenti che abbiamo vissuto all’epoca. Ci appare sempre migliore. Perché? Perché il nostro cervello con il passare del tempo aziona un meccanismo che ci consente di “zuccherare” i ricordi. È qualcosa che accade in automatico (per fortuna) e che avviene in media in 4/5 anni. Bene. Il prof ci spronava ad accelerare questo processo.

Con il passare del tempo ho definito un mio metodo per imparare a vivere bene anche i blue monday (e tutti gli altri day della settimana) in modo da trarvi beneficio. La maggior parte delle volte ci sentiamo giù per per i motivi più banali. Una serie di eventi che si accumulano e ci portano ad essere negativi. Personalmente, sono il tipo di persona che davanti ad un problema complesso o grave, tace e agisce. Davanti ai piccoli inconvenienti impazzisco. Perdo la pazienza perché sento di perdere tempo.

Quando ho una giornata no inizio a pensare a tutte le cose che mi hanno fatto cambiare umore, mi immergo con loro in una vasca. Le lascio libere di circolare e le analizzo. Le analizzo fino a quando il paragone tra loro e il quadro generale della vita crea un divario così grande che alla fine mi viene da ridere. Nel momento esatto in cui scoppio in una risata so che sono riuscita a mettere tutte quelle sensazioni sgradevoli in una libreria. Sono in piedi, davanti a loro. Le guardo li, ferme ed ordinate e mi sento di nuovo padrona del mio umore. Ora sono più semplici da affrontare e gestire.

Adoro questa frase:

L’universo ama la velocità.

Già. L’universo ascolta tutti i nostri desideri indistintamente. Non fa differenza tra i positivi e i negativi. Semplicemente ci fornisce ciò di cui abbiamo bisogno man mano che lo chiediamo. Nel lasso di tempo in cui ci immergiamo tra le sensazioni negative, le lasciamo libere di esprimere ciò che vogliono comunicarci. Affrontandole in fretta diventiamo più consapevoli, più lucidi, nel decifrare il loro messaggio.

Spesso ci risulta difficile confrontarci con ciò che non va perché sentiamo di aver fallito o perché temiamo di fallire. Eppure ce lo dicono da piccoli che “sbagliando si impara” ma cresciamo comunque con il terrore di sbagliare. Ho iniziato la mia attività da poco. La mia predisposizione al controllo è aumentata rispetto a quando lavoravo per gli altri. Faccio test su test, per ogni mia campagna pubblicitaria. Potevo nascere con l’istinto di crocerossina nei confronti degli uomini. E invece no. Io ho l’istinto di crocerossina nei confronti del mio lavoro. Devo sempre risolvere tutto ciò che non va e, se tutto va bene, devo migliorare. Nonostante tutti questi bei propositi so che non tutte le campagne social possono essere un successo. Quali sono i fattori di successo di una campagna? La grafica, il copy, l’esperienza della landing page dopo aver cliccato sulla call to action? Certo ma c’è e ci sarà sempre una variabile che può diminuire la sua riuscita. C’è solo un modo per sbagliare meno, ed è fare di più.

Perciò restare troppo tempo fermi a crogiolarsi non porterà mai ad una soluzione. Tantomeno non porterà ad una soluzione ascoltare i pareri, spesso inutili, altrui. Chiudo con un’altra delle mie frasi preferite:

Se il progetto che avete in mente è giusto e ci credete veramente, andate avanti per la vostra strada e portatelo a termine. Non fate caso a quello che dicono “gli altri” se incontrate una sconfitta temporanea. “Loro” non sono sanno che ogni fallimento porta con sé il seme di un successo equivalente. Napoleon Hill.

Fabrizia

Le keywords sono nel nostro background.

Quante volte ci hanno detto: “la mela non cade mai lontano dall’albero”? Siamo tutti destinati ad essere ciò che le nostre famiglie sono state quindi nel bene e nel male?

Personalmente non sono d’accordo. Ho basato tutta la mia vita sul principio opposto. Io non sono la mia famiglia e non voglio esserlo. Ho avuto una famiglia in cui si comunicava poco e male e io ho deciso di lavorare nella comunicazione. La mia famiglia mi ha insegnato moltissime cose, spesso non con il sorriso e sotto forma di trauma ma ho avuto la fortuna di averla perciò ho deciso di imparare a gestirla il prima possibile.

Il background in cui ero immersa da piccola era troppo lontano dai mondi che volevo esplorare, dalle cose che volevo sperimentare ed imparare. Perciò ho dovuto faticare molto per riuscire a scorgere orizzonti più colorati e a 15 anni ho iniziato con molta caparbietà il mio percorso da bastian contrario. Dopo i classici atteggiamenti di ribellione, che vi risparmio, ho capito che tipo di persona volevo essere e ho iniziato a costruire Fabrizia senza il peso del suo cognome. Ci sono voluti anni per scindere le emozioni provate dal mio essere. Per venire fuori da certe abitudini. Per capire cosa tenere e cosa cambiare. Più vuoi estraniarti dall’ambiente in cui sei cresciuto e più devi impegnarti.

È un percorso dinamico che dura tutta una vita, cresce e si modifica con te. Una delle frasi migliori per motivarsi durante questo percorso l’ho sentita in una delle mie serie preferite, Bojack Horseman:

“Poi è più facile. Ogni giorno diventa più facile. Ma devi farlo tutti i giorni. Questo è difficile. Poi diventa più facile.”

👉🏼 https://www.youtube.com/watch?v=pFJ6q7OsFGQ

Man mano che vai avanti, acquisisci la consapevolezza di chi sei e finalmente comprendi una delle lezioni più importanti di tutta la tua vita. Tutto ciò che vuoi essere è scritto proprio nel tuo background. Solo esplorando da dove vieni, dove hai vissuto, quali emozioni hai provato, sarai in grado di capire chi vuoi essere. Non importa quanti malcontenti, ansie e paure hai dovuto affrontare. Ognuna di loro ti ha portato a costruire consapevolmente una parte del tuo essere.

Fa cosa c’entra tutto questo con il web marketing? C’entra.

Ogni attività che vuole imparare a comunicare deve definire la sua identità e per farlo deve ricercare le motivazioni che l’hanno spinta ad affacciarsi sul mercato. Il posizionamento strategico dipende dalla conoscenza che si ha dei propri punti di forza e debolezza. Le parole chiave sono insite nella trama della nostra storia.

Non possiamo decidere dove nascere ma possiamo scegliere di non accontentarci dello schema che ci viene proposto. 🙂

Fabrizia

Definire gli obiettivi in una strategia digitale.

Io sono abituata a “carburare” per obiettivi. Nel lavoro e nella vita privata mi pongo obiettivi che mirino al miglioramento di quello che faccio e di quello che sono.

Molti dicono che la felicità è fatta di attimi, altri che dura solo un istante. Trovo queste tutte versioni molto filosofiche. Per me la felicità è un obiettivo. Se non ti prefissi di avere il lavoro dei tuoi sogni non l’avrai, se non ti prefissi di fare un viaggio non partirai, e così via. Perciò, se non ti prefissi di essere felice non lo sarai.

“Fa ma tu parli sempre di obiettivi!”. Si, parlo sempre di obiettivi 🙂 ed ecco perché.

Seneca diceva:

“Non esiste vento favorevole per il marinaio che non sa dove andare.”

Se non sai cosa vuoi non puoi definire neanche chi sei, ecco perché credo così tanto negli obiettivi. Se hai un obiettivo importante prefissato nella tua testa sarà più facile non incappare in atteggiamenti di auto sabotaggio. Quante cose, persone, lavori rischiamo nella nostra vita ogni giorno semplicemente perché non siamo nel mood giusto? Perché perdiamo tempo a ripetere scenari che abbiamo già vissuto di continuo? Avere degli obiettivi ci consente di distrarci da tutte le tue abitudini negative.

Una volta conobbi una persona che divenne un mio “cliente – non cliente”. Cioè una persona che avrebbe voluto tanto che io lo aiutassi a definire una strategia digitale per la sua attività e che, al tempo stesso e per vari motivi, non avrebbe mai potuto collaborare con me. Nel lavoro sono sempre molto attenta ad entrare nell’ottica di un cliente perché DEVO capire cosa vuole raggiungere e chi vuole essere sul mercato. In questo caso, ad ogni incontro, mi rendevo conto che era impossibile comprendere la sua visione, semplicemente perché non ne aveva definita una. Cambiava idea di continuo perché non sapeva cosa voleva. La sua testa era ferma a vecchi scenari e il suo approccio non faceva altro che portarlo ad auto sabotarsi ancora.

La prossima volta che ti capita di pensare che già saprai come andrà a finire rifletti un attimo. Un conto è dare retta al proprio sesto senso, un conto è ripetere uno scenario (negativo) già vissuto e dire: “Eh tanto lo sapevo che andava a finire così”, perdendo la possibilità di essere davvero felice. Qualunque sia la forma di felicità che intendi raggiungere.

“Che fine ha fatto il tuo cliente-non cliente? Hai capito cosa desiderava?”. Non lo so e non me lo sono più chiesto perché sono presto tornata ad i miei obiettivi. 😜