Datti il tempo: lezioni dal tennis per una vita più consapevole.

Due mesi fa ho iniziato a prendere lezioni di tennis. La prima volta che mi avvicinai a questo sport avevo sette anni. Lasciai subito perché non c’erano le condizioni per praticarlo con costanza e mi dedicai a un’altra disciplina che amai tantissimo: la scherma. Alla fine del 2024, quando una mia amica mi ha parlato delle sue lezioni di tennis, ho deciso di riprovarci, memore del mio primo tentativo non andato a buon fine.

Il tennis, come molti altri sport, ha una forte componente tecnica. Non si tratta solo di muoversi per colpire la pallina e mandarla dall’altro lato della rete. Bisogna farlo bene. E per farlo bene, occorre assimilare una serie di elementi che riguardano forza, posizione, traiettoria, distanza, velocità e, infine, il tempo. Il tempo ed il mio maestro di tennis mi hanno fornito un insegnamento molto importante.

Sono una persona a cui piacciono l’ordine, la disciplina e il fare le cose nel modo corretto. Allo stesso tempo, tendo ad alzare un po’ troppo l’asticella quando si tratta di raggiungere traguardi e completare compiti. Negli anni ho imparato a gestire questa mia inclinazione, ma a volte ci ricasco, soprattutto quando mi cimento in qualcosa di nuovo. In quei momenti devo fare i conti con quella parte di me che cerca di sabotarmi, ripetendomi: “Tanto non ce la faccio”. Il risultato? Mi distraggo, perdo la concentrazione e sbaglio i tempi, arrivando sulla pallina con un anticipo di una frazione di secondo che rovina tutto il colpo. In questi momenti il mio maestro mi ripete una frase: “Datti il tempo, Fabrizia”.

Di solito non amo le ripetizioni, ma questa, a forza di ascoltarla, mi ha dato una sensazione di conforto. Era un modo gentile per evidenziare un errore su cui lavorare, senza farlo pesare troppo. Era anche un modo per ricordarmi che gli errori sono normali e che si possono correggere. Questa frase è diventata uno dei miei mantra. L’ho fatta mia in ogni ambito della vita.

Forse capita anche a te di sentirti sopraffatto dalle troppe cose da fare, dalla paura di non farcela, dai vecchi schemi mentali che si impongono sulle tue dinamiche. Magari ti affanni per raggiungere un obiettivo e, di conseguenza, perdi il focus su ciò che conta davvero. Quando mi accorgo di “correre troppo” per prendere le palline che mi lancia la vita, mi ripeto: “Datti il tempo, Fabrizia”. E quando mi concedo il tempo di vedere le cose per quello che sono, ecco che arriva il conforto, e subito dopo, la soluzione. Ho ripensato a tutti i momenti in cui ho applicato questa lezione prima di vederla così chiaramente come la vedo oggi. Si insidiava già dentro di me, aveva bisogno solo di venir fuori con consapevolezza.

Darsi il tempo nel lavoro. Dopo sei anni, posso finalmente dire di aver trovato un buon metodo di organizzazione in cui il mio team e i miei clienti si trovano bene. Quando impari a riconoscere ciò che conta davvero, tutto il resto si ridimensiona: collaboratori e soci non in linea con i tuoi obiettivi, clienti con richieste assurde, perdite di tempo travestite da urgenze.

Affrettarsi nel prendere una decisione solo per ansia o per il bisogno di “spuntare una casella” può portare a situazioni indesiderate. E quando ci troviamo in una situazione non voluta perché non l’abbiamo davvero ponderata, il risultato è il doppio dei problemi di prima. Rimettere tutto in ordine richiede ancora più tempo e fatica. Pensaci.

Darsi il tempo nella vita personale. Anche nella vita privata, prendersi il tempo giusto può migliorare di molto la qualità della nostra esistenza. Non ti ritroverai più a passare serate di scarsa qualità con persone con cui non vuoi davvero stare, solo per evitare un senso di colpa. Non ti caricherai di un altro “ci penso io” quando sei già sull’orlo dell’esaurimento. Non metterai da parte il tuo benessere perché “prima devi” fare qualcosa per qualcun altro. Prendersi il tempo per se stessi e per le proprie scelte riduce lo stress. Di molto. E quel poco che basta per cambiare davvero qualcosa.

Potrei raccontarti di quella volta in cui, pur di completare ogni task (tra cui organizzare una cena romantica cucinata da me con tanto di fantasie hot), ho finito per rovinare tutto. Risultato? Cena immangiabile, pessimo umore, ritardo su tutta la linea e un momento hot che si è trasformato in un momento ice. Avevo dato tutto prima e, alla fine, non avevo più nulla da dare.

In quale ambito della vita senti il bisogno di “darti il tempo”?

Fabrizia

Il cliente giusto.

Chi è il cliente giusto (per te e la tua attività)? Una domanda importante a cui spesso rispondiamo con una serie di frasi retoriche come ad esempio: “quello che paga!”. Perché un cliente paga?

Iniziamo dai motivi per cui un cliente non paga. Il cliente (giusto) non ti paga perché gli risulti simpatico, perché ha secondi fini o perché ha un eccesso di capitale da investire. Se ti paga per questi motivi allora non è il cliente giusto. Un cliente ti paga perché si sente compreso, perché gli piace come gestisci la sua immagine online e perché i risultati lo fanno sentire appagato.

Come social media manager, digital strategist, copy writer e quant’altro abbiamo la grande responsabilità di custodire l’immagine di un brand e i brand sono fatti di persone e i (personal) brand bisogna maneggiarli con cura. L’importanza che hanno raggiunto i social network è nota a tutti al giorno d’oggi, certo non siamo medici e non dobbiamo eseguire interventi a cuore aperto ma abbiamo delle responsabilità anche noi. In ogni parola, in ogni frase e in ogni decisione.

Puoi attirare l’attenzione di un cliente mostrandogli tutte le strategie pazzesche che ti vengono in mente ma solo quando si fiderà di te accadrà la magia. Quel momento in cui ti consegnerà le chiavi del suo scrigno contenente la sua immagine. Solo allora si instaurerà un rapporto basato sulla fiducia reciproca.

Sono passati 5 anni da quando è nata BSide. Tra gli obiettivi che mi sono prefissata non c’è mai stato quello di costruire una strategia social. Ironico vero? Sono una persona molto pragmatica e costante. Prefiggermi un obiettivo è come stipulare un patto con me stessa e non posso di certo mentire a me stessa. In questi anni mi sono focalizzata sul costruire un lavoro da zero. Un lavoro che già facevo (da dipendente) e per cui mi sono formata studiando ed applicandomi. Mettermi in proprio è stata tutt’altra storia. Mille domande, mille perplessità e mille insicurezze. Sono sempre andata avanti dando tutta me stessa ai miei clienti. Mi sono impegnata per capire come organizzare il lavoro dal reperimento dei contenuti, alla definizione di una strategia, alla costruzione di una presentazione, alla comprensione dei tool che cambia ogni giorno, alla gestione dei problemi, alle richieste passando per la parte amministrativa fino ad arrivare alla scelta dei collaboratori. È stato un bel percorso. Faticoso e a volte frustrante. Ho passato notti sveglia a capire come fare meglio. Avrei potuto fare uno storytelling e concentrarmi anche sulla mia community online ma non si può fare tutto. Ci sono delle priorità.

Questo percorso mi ha permesso di capire, sbagliare, ricominciare, addrizzare, moderare. Sono arrivati nuovi collaboratori nel team. Due donne (finalmente) negli ultimi 3 mesi. Sta iniziando una nuova fase. La comprensione delle clienti, dei loro problemi, del loro approccio alla vita, delle loro paure e delle loro ambizioni è stata la vera grande forza che mi ha permesso di gettare delle basi e raggiungere gli obiettivi prefissati in questi 5 anni.

Gli obiettivi del 2024 saranno concentrati su tre aspetti:

  1. il capitale umano: consolidamento del team;
  2. il capitale sociale: aumento del fatturato;
  3. sbarcare sui social: già entrare nell’ottica sarebbe un grande traguardo :p

Non so come appaio in ciò che scrivo. Non mi sto definendo come una persona arrivata o una guru. Negli anni della mia infanzia e adolescenza la mia autostima non è stata molto motivata ma questi sono problemi del mio psicoterapeuta.

Questo percorso sebbene incentrato sul lavoro non è poi così diverso da ciò che accade nelle relazioni umane. Tutti vogliamo essere compresi anche nella vita privata. La differenza è come chiediamo di essere compresi. La persona che sbatte le sue motivazioni sul tavolo e pretende non è il cliente/partner/amico giusto. Chi si apre a te spiegando, collaborando, gestendo le sue emozioni e creando una sinergia volta al raggiungimento di obiettivi è il cliente/partner/amico giusto.

Un altro super potere per allontanare clienti e persone non adatti alla nostra personalità è dire no. Ho detto no a clienti e interrotto collaborazioni in cui mi sentivo umanamente lontana. Ci sono persone convinte di poter pubblicare online una versione di sé che non esiste nella realtà sperando di prendere in giro chi li guarda.

Gli utenti e quindi le persone, non sono stupide. Un finto sorriso, un finto divertimento, un finto buon prezzo, una finta relazione, una finta frase che nasconde rabbia e repressione saranno sempre ben visibili e il riscontro con la realtà è inevitabile.

Meno soldi più tranquillità. I soldi vanno e vengono ma la serenità dobbiamo costruircela da soli. Lavorare con gente simile a noi ci aiuterà a vivere meglio e questo aspetto non ha prezzo in termini di salute e tempo. 

Sii credibile prima per il mondo reale e poi potrai potrai raccontarlo online.

Fabrizia.

Cambiare prospettiva per ottenere maggiori risultati (in tutto).

La comunicazione social è un potente strumento per il tuo brand. Sei d’accordo con questa affermazione? Ad oggi, diciamo, che una grande percentuale della popolazione italiana lo è. Se andiamo però più nel dettaglio ed iniziamo a parlare di personal branding e di cosa vuol dire perseguire una strategia social di personal branding, la percentuale diminuisce parecchio.

Mi è capitato più volte di trovarmi a parlare con persone che avevano opinioni molto contrariate in merito alla strategia social che proponiamo da BSide. Ne ho raccolte alcune: “che intendi per fare video divertenti? Come su TikTok? No, la nostra azienda è seria e se ci mettiamo a fare balletti perdiamo la nostra professionalità. – Dovrei parlare per dire cosa? Io so cosa vuole il mio pubblico e di certo non è vedere la mia faccia. – Si, ho visto queste persone in giro sui social che parlano del loro lavoro ma tanto a chi interessa il mercato è saturo! – I miei amici poi? Mi prenderebbero in giro. – Facciamo solo delle grafiche, no? L’importante è che si veda il prezzo! – A me non interessa fare follower! – Possiamo comprare follower, no?!”. Potrei continuare ancora ma ripercorrere queste vicende non è molto piacevole per chi, come me, lavora in questo settore e le mie povere orecchie potrebbero ricominciare a sanguinare.

Ho analizzato queste frasi una ad una e, benché dal mio punto di vista sia praticamente immediato disintegrarle, ormai sono abbastanza grande da capire che innanzitutto il modo di vedere le cose varia da persona a persona e che l’informazione relativa a questi argomenti è spesso superficiale. Dopotutto il motivo per cui è nato questo blog è proprio quello di fare chiarezza sul social media marketing con aneddoti di vita quotidiana.

(si, lo so che non pubblico un articolo dal '93. L'ultimo anno è stato pieno di cambiamenti. So anche che questa può sembrare una scusa. Ho sicuramente procrastinato sotto questo punto di vista perché mi sono dedicata alla crescita di BSide sotto altri aspetti che dovevano subire per forza di cose un cambiamento. Magari ne parlerò nei prossimi articoli). 

Una strategia social basata sul personal branding è una forma di marketing applicato alle persone. L’immagine che vogliamo trasmettere al pubblico non è preconfezionata o patinata bensì pone l’accento sull’insieme di valori, ambizioni, esperienze, risultati, ecosistema che costituiscono le persone che a loro volta costituiscono il brand. Se un brand è fatto di persone e le persone sono fatte della propria personalità perché non dovremmo comunicarlo agli utenti online? Non dovrebbe essere il modo più efficace e semplice per raggiungere la fetta di mercato a cui vogliamo proporre i nostri prodotti e/o servizi?

Proviamo a dare delle risposte agli avvenimenti accaduti che ho elencato in precedenza utilizzando un altro punto di vista.

Il “video divertente” che spesso si associa erroneamente ed esclusivamente a TikTok non vuol dire “video stupido”. La verità è che per creare un contenuto divertente, non stupido e professionale che coinvolga il team ci vogliono coesione, impegno e lavoro di squadra. Grandi indicatori della salute del tuo brand. Studiare un modo simpatico per parlare del proprio lavoro mettendo in risalto le caratteristiche personali vuol dire dare al pubblico la possibilità di conoscere le persone che costituiscono il brand e di conseguenza ottenere anche un risultato. Quale? Innanzitutto notorietà. Chi vede i contenuti che proponi molto probabilmente guarderà anche il tuo profilo e saprà come ti chiami e di cosa ti occupi (a proposito il tuo profilo è ben strutturato da far capire chi sei e cosa fai nella vita?). Il contenuto è piaciuto? Bene, la prossima volta è probabile che l’algoritmo suggerirà il tuo nuovo contenuto allo stesso utente. Se sei stato particolarmente in gamba nell’esprimere un concetto in modo divertente chi ha visto il tuo contenuto lo avrà condiviso con suo amico o nella sua storia raggiungendo così altre persone che verranno a conoscenza della tua presenza online (il vecchio passaparola). Se poi la tua bravura ha portato l’utente addirittura a seguirti vuol dire che d’ora in avanti hai l’occasione di mantenere questa nuova relazione e proporre la tua offerta. “Continuare” già, perché è la costanza che fa la differenza come in tutte le cose. Se ti allenassi una volta al mese o una volta ogni 3 mesi i tuoi muscoli ti prenderebbero sul serio? Forse no. Penserebbero: “ri-eccolo, oggi è qui a proporci questa scheda di allenamento assurda dopo tutto questo tempo di inattività e pretende che noi facciamo il miracolo in una notte!”. Un po’ come chiedere agli utenti online di cercarti, trovarti, esserti fedeli ed acquistare ciò che proponi nonostante le tue pubblicazioni avvengano una tantum. Insomma lo sforzo è tutto in mano ai clienti.

Parlare al proprio pubblico o ad un potenziale pubblico è una possibilità straordinaria. Chi meglio di te può parlare del tuo prodotto o servizio? Se il mercato fosse davvero saturo tutti i nuovi profili che con costanza adottano una strategia social di personal branding non avrebbero risultati, non credi? Il modo che abbiamo di comunicare attrae un tipo di pubblico affine alla nostra persona e ai nostri prodotti e servizi. Accade grazie all’empatia. Una persona può risultare simpatica per te ed antipatica per un tuo amico. Ti sei mai chiesto come mai ti affezioni ad alcuni account ed altri no nonostante abbiano detto la stessa cosa? No, non sono le sponsorizzate. È l’empatia. Ci leghiamo a ciò che ci sembra più simile e ci comprende, non solo professionalmente ma anche umanamente. È questo il grande segreto.

Tutti abbiamo avuto qualche remora nell’esporci nel corso della nostra vita. “E se ridono di me?” – “I miei amici mi prenderanno in giro”. Qualunque cosa facciamo è esposta a giudizio. Sono certa se un amico vero ti prende in giro lo fa con affetto e che se vuole può anche affrontare un argomento in maniera costruttiva (in caso contrario cambia amici). Se poi il problema è un qualsiasi mancato opinionista che ha da ridire su tutto e tutti sui social perché non ha obiettivi propri e si nutre di insoddisfazione, beh ti consiglio il libro di Giulio Cesare Giacobbe “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita“. La grande paura di esporsi online è identica alla grande paura che proviamo nell’essere noi stessi nella vita di tutti i giorni. Superare entrambe può portare a raggiungere nuovi traguardi personali e lavorativi.

L’importanza di chiamarsi grafico. I post grafici sono ottime soluzioni per spiegare concetti ma nessuno di questi batterà mai il tuo volto che parla, esprime sensazioni e si emoziona perché crede in ciò che fa. Spesso si è certi di conoscere i propri clienti ma è impossibile conoscere uno ad uno i loro pensieri, i loro cambiamenti, le motivazioni dietro ad un acquisto o all’iscrizione di una newsletter. E se condividendo contenuti online i risultati delle insight ti facessero capire appieno le motivazioni legate ai loro bisogni? Bella sorpresa eh?

Non avere cura di “fare follower” è un po’ come dire “beh se entra qualcuno nel mio negozio a me non interessa”, al contrario pensare di acquistare follower è un po’ come dire “o entri nel mio negozio o ti faccio un dispetto”. Quanti entreranno, quanti acquisteranno e quanti torneranno?

Fabrizia

Chi lo dice che i bilanci si fanno solo a fine anno?

Non aspettare. Siediti, osserva, ragiona e tira la linea oggi stesso. I risultati sono sempre il frutto di una serie di valutazioni che ti aiutano a riflettere su ciò che ti fa star bene e ciò che ti mette a disagio.

I bilanci non si redigono solo a fine anno, no. I bilanci si redigono ogni qualvolta è necessario un cambiamento. Si redigono per non avvizzire all’interno di una zona di comfort. Si redigono per non abituarsi troppo. Soprattutto a ciò che non va.

Con il passare degli anni sono diventata molto zen. Davanti ad una situazione che mi mette a disagio, personale o lavorativa che essa sia, prendo del tempo per osservare e testare tutte le opzioni. Il 90% delle volte chiudo un occhio, comprendo, mi metto a disposizione, analizzo, riassumo e respiro. Il 10% delle restanti volte chiamo un’amica che saggiamente mi ascolta per 10 minuti di fila in cui mi sfogo senza mai smettere di parlare. Dopodiché ogni 3 mesi redigo un bilancio. Se dopo 2 bilanci consecutivi ci sono situazioni che continuano a non migliorare o addirittura peggiorano, rischiando di tramutarsi in gastrite da stress, vuol dire che è tempo di intervenire.

Hai presente una campagna pubblicitaria che non va? Hai provato a cambiare il copy, la grafica, il target ed i risultati continuano a scarseggiare. Sarà colpa del prodotto? Del brand? Del passaggio finale in cui gli utenti devono interfacciassi con il servizio? Dentro di te sai bene quale è il problema. Non resta che estirparlo con decisione.

Negli ultimi mesi ho accumulato un po’ di stress come tutti. Alcune situazioni però le ho tollerate meno di altre. Sarà che si sono appunto ripetute in più di un bilancio, sarà che crescendo non ho più tanta voglia di tollerare.

Ecco 3 situazioni che reputo tossiche nell’ambiente lavorativo:

  1. DONNE VS DONNE. Un grande classico che purtroppo non tramonta. Raramente nel mio lavoro mi interfaccio con altre donne. Quando accade sono sempre molto motivata ed inizio anche a farmi qualche film. Fantastico sul fatto che questa conoscenza possa diventare la base per la costituzione di un progetto al femminile. Ahimè nel 98% dei casi ho a che fare con donne infastidite dalla mia presenza. Essenza? Spirito? Boh. Cerco di proporre idee, di avere un tono amichevole, di mettermi a disposizione. Risultato? Una delle ultime risposte che mi è stata data: “ah non saprei, non mi viene in mente nulla. Magari fammi sapere”. Vi parlo di una situazione in cui io non avevo affatto bisogno del supporto di questa persona, anzi era proprio il contrario. Eppure vince l’acidità a priori. Ne ho parlato qui.
  2. “VABBÈ MA É SOLO UN POST”. Questa frase mi è stata detta da un (orami ex) cliente con cui abbiamo collaborato insieme per oltre due anni. Non ci sono mai stati problemi. Durante la pandemia ho cercato in ogni modo di essere comprensiva e di andargli incontro tenendo a mente le difficoltà dovute al COVID-19. Ora che le cose stanno cambiando e stanno andando verso una nuova crescita mi dispiace molto vedere che non sia ancora chiara l’importanza del digitale. Che si utilizzino frasi volte a sminuire il lavoro cercando di estorcere sconti o fare battute sul fatto che sia troppo costoso. Torno a ripetere il mio esempio del ristorante. Se vai a cena fuori non ti alzi dal tavolo dicendo che pagherai più in la perché ora non hai disponibilità. Se ti viene voglia di un contorno e lo ordini, non ti meravigli a fine pasto di trovarlo in fattura. Lo sai da subito se puoi permetterti un servizio oppure no.
  3. I “VORREI MA NON POSSO”. Quanto è frustrante ascoltare persone che si lamentano di continuo di un problema che chiaramente non vogliono affrontare? Da diverso tempo orami ho imparato che le soluzioni sono come i consigli. Vanno elargite solo quando vengono esplicitamente richieste. Due settimane fa, mentre esaminavo delle candidature per B-Side, ho ricevuto un messaggio su LinkedIN da una persona che “era tentata di candidarsi all’offerta” ma poi “ha desistito”. L’offerta di lavoro, come social media manager, richiedeva un video per candidarsi anziché il classico CV copiato ed incollato da inviare in un secondo attraverso un click. Nel testo è stato sottolineato che in un precedente annuncio la maggior parte delle candidature arrivate erano in formato Europass, così abbiamo ironizzato sulla forma ormai arcaica di questa tipologia di CV che sembra voler uniformare tutti sottolineando il possesso della patente B anziché far emergere la personalità dei candidati. Per questo motivo come primo approccio preferiamo un video in modo da prendere in considerazione soprattutto l’empatia. La persona in questione non ha colto l’ironia. Ha parlato di “momento storico in cui la gente ha bisogno di lavorare” come se noi stessimo cercando qualcuno da sfruttare o se chiedere un video ad un possibile social media manager che dovrebbe avere dimestichezza nel parlare davanti una telecamera sia una pratica di tortura. Inoltre parliamo di una posizione da remoto perciò le informazioni riguardanti le patenti possedute sono del tutto superflue. Sembrava scontato. Di contro questa persona mi ha scritto: “lasciare inserito nel cv che si ha la patente è un punto di demerito? Si è scartati solo per questa minuzia?”. È una conversazione molto lunga che non voglio condividere interamente, voglio utilizzarla come spunto per fare un’analisi. Un’osservazione sull’utilizzo dei social in generale, come sempre: se qualcosa non ti piace e la sua presenza non ti reca alcun danno perché non vai oltre anziché perdere tempo a contestarla?

Le relazioni lavorative, come quelle personali, devono rappresentare un supporto per i propri obiettivi. Un’ispirazione per le proprie idee. Un confronto per il proprio miglioramento. Un incoraggiamento a spiccare il volo. Lascia le zavorre a terra oggi, il tuo domani ti ringrazierà.

È una lezione che ho imparato negli anni pagando un prezzo carissimo. 

Fa

La comunicazione funziona se è a due sensi.

Lo scorso weekend ero in giro con amici. Quasi estate. Quasi fine del coprifuoco. Quasi pace dei sensi. Mi capita spesso di parlare di lavoro durante il mio tempo libero e trovo sempre istruttivo ascoltare il parere di chi mostra interesse per la mia attività. Quasi sempre. A volte capita di incontrare il tipo di turno che parte già prevenuto. Ti guarda stizzito e, convinto del fatto che riceverà da te risposte che non lo soddisferanno, decide comunque di estorcerti una consulenza a 360 gradi senza tenere conto di orario e luogo. Tra le varie richieste, passando per l’intramezzo sul classico pippone dell’agenzia di turno che gli ha stilato un preventivo di cui non è convinto soprattutto per il prezzo, arriva sempre il domandone finale. Questa volta rivoltomi dal suo accompagnatore: “quanto costa quello che fai?”. A questo punto la mia faccia assume una specie di smorfia che non riesco e non riuscirò mai a nascondere. Forse perché non la voglio nascondere. Mi indispone sempre questa domanda. Chiedere il prezzo di un servizio senza conoscerne il valore e comprenderne il funzionamento è come chiedere a qualcuno di uscire dicendogli “guarda non me ne frega assolutamente nulla di cosa pensi e del tuo essere. Te o un’altra persona non avrebbe fatto differenza stasera”.

Quantificare un prezzo a naso senza conoscere gli obiettivi e la storia dell’azienda su cui andare a definire una strategia non è professionale. Secondo queste persone c’è un listino prezzi per tutto. E deve essere cheap. Come se io la mattina mi svegliassi, aprissi il chiosco in spiaggia e iniziassi la mia attività di vendita di cocchi. Attività per la quale avrei comunque dovuto calcolare già in precedenza quando e come raccogliere i cocchi. Tenere quelli buoni e scartare quelli non buoni. Calcolare il tempo che mi è costato per svolgere questa attività, i costi di trasporto, eventuali aiuti extra e le spese legate alla gestione e al mantenimento della mia attività. Inoltre che tipo di cocchi vendo? Come li vendo? Aperti? Chiusi? Su un vassoio? Serviti al tavolo? Tovaglioli ne abbiamo? Posti a sedere all’ombra? Se a 300 mt aprisse un chiosco che offrisse anche un servizio di massaggio al viso con olio di cocco?? Che faccio? Eh, non è più così idilliaco pensare a questo lavoro come quando durante lo stress quotidiano si dice: “Basta! Me ne vado a vendere cocchi su una spiaggia!”, vero?

Sta di fatto che la cosa più ironica di tutto ciò è che, alla domanda “quanto costa quello che fai?”, il tipo di turno si da una risposta da solo anticipando la tua e dicendo: “eh TROPPO!”. A questo punto la conversazione andrebbe definitivamente chiusa ma ahimè, quanto mi piace prendere una posizione e rispondere comunque in modo carino nell’inutile speranza che il soggetto avverso capisca non ve lo so quantificare (neanche questo!).

La verità è che nel 2021 non è tollerabile (almeno per me) che persone appartenenti alla generazione Millennials, e che quindi dovrebbero essere super capaci di comprendere argomenti quali comunicazione, web marketing, social media ecc, pensino ancora che pubblicare un post voglia dire buttare una foto e due parole online.

Quanto costa allora “quello che faccio”? Iniziamo a dare un nome a quello che faccio. Io sono una digital strategist. La mia mission è quella di definire strategie di social media marketing in grado di supportare le aziende nel raggiungimento degli obiettivi prefissati nel proprio mercato di riferimento. Come? Attraverso la gestione dei social network e delle campagne pubblicitarie collegate ad essi. Il tutto attraverso una consulenza costante messa a disposizione delle aziende che si avvalgono della professionalità e della competenza della mia figura e dei miei collaboratori che lavorano con me al progetto. Vi sembra complicato? In realtà ci sono tante altre cose da spiegare. Tipo la definizione del tone of voice, strutturare un calendario, avere risposte sempre pronte davanti alle esigenze dei clienti, risolvere gli imprevisti, proporre nuove idee e così via. E la creatività? Ti svelo un segreto: non abbiamo un sacchetto magico da cui estraiamo idee. Le idee migliori mi sono venute nei momenti più improbabili. E il tempo? Tutto quello che serve. Senza pause il più delle volte.

Quando a qualcuno tutto ciò sembra superfluo consiglio sempre i servizi di cui ho sentito parlare. 500 euro all’anno full optional. Sito web, social media, 100 euro in regalo di Facebook Adv e tanto altro ancora! C’è l’imbarazzo della scelta in questo mare fatto di false promesse e disservizi.

Immagina di entrare in un ristorante e dire al proprietario: “ti do 500 euro ALL’ANNO e vengo a mangiare ogni volta che voglio”. Non sto dicendo che un costo elevato è garanzia di un servizio ottimale. Bisogna sempre tenere conto di cosa è necessario per sviluppare un progetto, da dove si parte e dove si vuole arrivare.

La comunicazione funziona se è a due sensi. Bisogna essere compatibili per creare qualcosa di straordinario insieme. Bisogna parlare la stessa lingua e aiutarsi a comprendere ciò che non si conosce. Bisogna sentirsi soddisfatti e proprio agio con il tipo di comunicazione utilizzato. E questo vale in tutte le relazioni della nostra vita.

Fa

La settimana della super produttività. Concime per i tuoi obiettivi.

Lo scorso weekend ho redatto il bilancio mensile di gennaio. 

Si è chiuso in positivo.

Bene no? Dipende. Difficilmente mi sento soddisfatta al 100%. Ho riletto attentamente gli obiettivi 2021 e mi sono focalizzata su quelli del mese di febbraio. Sentivo che potevo dare di più. Le mie performance potevano migliorare. Come? Ho deciso di inserire “la settimana della super produttività”. Non è il massimo come nome, lo so. Non sono una guru della crescita personale. Sono un’appassionata che si ispira a persone che ne sanno molto più di me e metto in pratica gli aneddoti acquisiti per provare a migliorarmi.

Cos’è questa settimana della super produttività allora? È una settimana in cui l’attenzione alle priorità in tutti i campi della mia vita (lavoro, amici, relazioni, workout, meditazione, cibo sano, tempo libero ecc) è concentratissima. Ognuno di questi ambiti passa attraverso un imbuto magico che trattiene ciò che non è indispensabile e lascia passare quello che lo è. È una sorta di processo di snellimento. L’indispensabile viene organizzato nel mio calendario settimanale. Non vi è spazio per altro.

A cosa serve?

A volte viviamo degli eventi che non riusciamo a gestire benissimo. Il risultato è un rallentamento verso i propri obiettivi. Altre volte, siamo così presi dal lavoro e dalla routine, da non accorgerci che stiamo tralasciando azioni importanti per la nostra crescita personale e per la nostra felicità.

È normale. Accade a tutti e non c’è niente di male se si interrompe il processo il prima possibile. La settimana della super produttività serve a questo. A risparmiare tempo. A rompere la routine in cui spesso ci chiudiamo ritrovandoci a fare tutto per abitudine senza provare più gioia, passione ed entusiasmo per la nostra vita.

Il mio metodo si basa sull’inserimento della settimana della super produttività una o due volte al mese (dipende dal riscontro). Sono una persona che si annoia facilmente e ho bisogno di stimoli ed emozioni. In caso contrario mi trasformo in una pessima compagnia. Utilizzo questo metodo non appena sento che la routine si appiattisce.

Ecco un esempio della mia personale settimana della super produttività:

• Sveglia alle 6.15. (Non ho mai avuto problemi a svegliarmi presto ma ODIO uscire così presto dal piumone in inverno).

• Passeggiata al mare mentre ascolto podcast. Questa è stata la settimana più nebbiosa e nuvolosa della storia perciò non ho mai visto il sole all’alba ma è stato bello lo stesso. (Abitare a 300 mt dal mare certo aiuta, mi rendo conto).

• Allenamento (a casa ahimè in questo periodo).

• Colazione. Niente messaggi e mail di lavoro fino a dopo colazione.

• Lavoro. Lavoro. Lavoro. (Occhio alle distrazioni. Ve ne ho già parlato qui).

• Pause dal lavoro leggendo un capito di un libro.

• Cibo salutare cucinato a casa.

• Meditazione con focus su obiettivi.

• Appuntamenti e call: solo indispensabili legati agli obiettivi. Tutto ciò che riguarda una perdita di tempo è bandito.

• 1 o 2 ore dedicate ad un progetto personale (si quello per cui diciamo di non avere tempo quando la verità è solo che non abbiamo voglia).

• Agenda sempre a portata di mano. La mia agenda “motivazionale” non è di quelle fighissime che si vedono su Instagram. Non la utilizzo per disegnarci su. Non l’ho mai fatto perché sarebbe appunto una perdita di tempo. Gli articoli da cancelleria però sono uno dei miei punti deboli. Ho bisogno di soddisfare la voglia di riempire sezioni dedicate al recap.

• 1 ora dedicata all’ordine (aridaje Fa). Allora capisco che, sotto questo aspetto, ognuno può avere le sue abitudini. Sono fissata per la pulizia e l’ordine e la mia casa è sempre impeccabile. Durante questa settimana però credo che sia utile fare piccoli cambiamenti. Spostare qualcosa, pulire un cassetto, risistemare dei libri. A me da senso di benessere.

• Serie TV ok ma in lingua originale (inglese) per allenarsi.

• Niente telefono prima di dormire e a letto presto. Questi per me sono tasti dolentissimi perché spesso c’è qualche emergenza social soprattutto in questi periodo legato alla pandemia. Inoltre non ho mai avuto un buon rapporto con il sonno. Quindi spesso tento di addormentarmi con un’altra meditazione, camomilla con melatonina ed erbe varie.

• Il weekend della super produttività invece si svolge più o meno allo stesso modo. Cucinare un piatto salutare ma più sostanzioso. Leggere di più. Rivedere le idee che mi sono venute in settimana. Incontrare persone che possano ispirarmi e che possano trasmettere positività. Dedicarmi ai progetti personali.

Molti potrebbero pensare che sia un incubo vivere una settimana così. Non lo è affatto. Concentrarsi su ciò che desideriamo è uno dei regali migliori che possiamo fare a noi stessi. Il nostro cervello si abitua a tutto in fretta. Se pensiamo di poter fare di più dobbiamo trovare il modo di accendere questa miccia.

Le settimane di super produttività innescano un’abitudine positiva. Lunedì prossimo, ad esempio, il mio cervello non ricorderà la fatica fatta per alzarmi quando la luna era ancora in cielo. Ricorderà l’emozione provata al mare durante l’alba.

Il nostro cervello tende a zuccherare i ricordi (cit.).

Per quanto un’esperienza sia stata negativa, non la ricordiamo mai con la stessa intensità. Ciò è dovuto allo scorrere del tempo. Ciò che dobbiamo fare è accorciare queste tempistiche mettendoci un po’ di impegno. È uno degli insegnamenti che più mi è rimasto impresso durante gli anni dell’università e a cui faccio spesso riferimento. E non perché l’università mi abbia svelato chissà quali segreti. Il professore che pronunciò questa frase, oltre a svolgere un corso fighissimo (per cui non era previsto neanche un voto ma solo 4 crediti 😒), fu colui che mi fece conoscere il primo libro di crescita personale che acquistai. Non tutte le settimane devono essere così. Ne basta una al mese per stabilire un equilibrio ed innescare un circolo vizioso positivo.

Come potrebbe essere la tua settimana della super produttività?

Fabrizia

Instagram. Errori e dolori dei social media manager.

Instagram fa parte della nostra quotidianità da diversi anni ormai. Lanciata nel 2010, dopo due anni questa app era già nella scuderia Zuckerberg. Il suo successo è stato eclatante conquistando 10 milioni di utenti in un solo anno.

Sembra ieri vero? E invece sono passati 10 anni. Cosa abbiamo imparato in questo lungo periodo? Purtroppo ancora troppo poco. 

Sui profili personali è inutile dilungarsi. Ciò che è davvero inconcepibile, nella stragrande maggioranza dei casi, è la “strategia” adottata per gestire gli account business. 

Ogni volta che mi viene conferito l’accesso ad un account IG già esistente so che stanno per arrivare i dolori. Questi account sono tutti uguali. Non superano i 500/1000 follower e ne seguono dai 2500 ai 5500. 

Analizzando i following mi rendo conto che i profili seguiti si distinguono in tre categorie:

  • amici degli ex gestori delle pagine;
  • profili a caso (semi vip e ragazze un po’ svestite);
  • account, da me definiti, immondizia (fake – attivazione bot).

Analizziamo questi tre punti e facciamo un confronto tra le aspettative e il risultato (Instagram vs Realtà!).

Se pensate che seguire i vostri amici IG possa essere un buon modo per fare pubblicità al profilo del vostro cliente vi sbagliate. Il 94% di questi “amici” non ricambiano il following e non sono interessati affatto al brand. In questo modo il vostro profilo ha un’immagine equivalente a quella del porta a porta. Se invece lo fate per far crescere i profili dei vostri amici avete probabilmente sbagliato impiego.

Seguite gente “vip” o semi-famosa (che magari ha pure comprato follower) pensando che possano investire nel vostro brand? Ebbene anche qui vi sbagliate. State solo fomentando il loro ego e il vostro profilo avrà una patina un po’ nerd.

Last but not least l’attivazione dei bot che vi procurerà non solo un rimpinguo di profili arabi/turchi/tunisini finti come i soldi del monopoli; vi assicurerà anche uno squilibrio così forte dell’algoritmo che IG vi penalizzerà nascondendo ancora di più il vostro account. Lo squilibrio riguarda anche chi decide di acquistare follower. Instagram lo sa che state acquistando una finta visibilità con strumenti non consentiti.

Che disastro eh? E non vi dico che rottura prendere in mano questi profili.

La corsa ai follower non va davvero più di moda. La strategia giusta da adottare su Instagram per avere un profilo performante è lavorare sul target di riferimento del brand per consolidare ed ampliare il proprio pubblico. Utilizzare gli hashtag, investire con Instagram Ads, intrattenere relazioni di valore, approcciare all’influencer marketing. Avere un profilo che segue di tutto e di più risulta anche un po’ una cosa da sfigati e conferisce poca credibilità.

Significato di performante: generare conversioni a prescindere dal numero di follower!

 

Fabrizia

 

Guida definitiva alla gestione dei commenti negativi sui social network

Sui social network, come nella vita quotidiana, ognuno esprime la sua opinione. La differenza sta nel fatto che, se spesso nella vita di tutti i giorni ci si pone un limite nell’andare in giro a giudicare e criticare gli altri apertamente, sui social network si lanciano delle vere e proprie bombe capaci di generare problemi di diversa portata a tutti coloro che gestiscono le pagine aziendali. Ad esempio la perdita di tempo, il nervosismo crescente e il rischio di mettere a repentaglio l’immagine del brand creando vere e proprie colonie di haters.

L’interazione sui social network non implica un contatto visivo e quindi rende più semplice dare voce alle proprie emozioni negative. Nel 90% dei casi i commenti negativi non provengono da un’esperienza diretta con il brand, si basano su critiche volte a dare sfogo alla propria frustrazione. Senza focalizzarci troppo sui motivi per cui la gente sia così frustrata, cerchiamo di capire come comportarci in questi casi lasciando la psicologia a chi l’ha studiata.

Quante volte su TripAdvisor abbiamo letto recensioni pazzesche di un ristorante che poi abbiamo provato ma non ci è piaciuto? O quante volte è accaduto il contrario? I gusti sono personali e le frustrazioni anche.

L’interazione sui social network serve a: informare, interagire e supportare. Tutto il resto deve avere poco a che fare con le vostre pagine aziendali. Quindi quali sono i concetti chiave della guida definitiva alla gestione dei commenti negativi sui social network? La risposta (più breve del titolo) probabilmente vi stupirà: CANCELLARE o/e BLOCCARE.

Fa tutto qui? Si, mi dispiace deludervi. Se vi aspettavate un articolo da cui prendere appunti mettete penne e smartphone da parte.

Se mi aveste chiesto un anno fa come dover affrontare questa situazione vi avrei risposto che i commenti negativi non si cancellano mai. Che un brand deve essere capace di affrontare le critiche, che deve riuscire a spiegare la propria politica aziendale e che deve essere sempre accomodante. Nell’ultimo anno l’advertising è cambiato, si è evoluto. Tutto è diventato più veloce anche nella quotidianità. I commenti degli haters devono restare nel passato. Non possono evolversi con noi. Non hanno senso e motivo di esistere e noi non dobbiamo dargli spazio. Ho tentato innumerevoli volte di rispondere agli insulti. Non è mai servito a nulla. Ho capito che queste persone hanno nella loro to do list giornaliera rompere le scatole come attività primaria.

Se un commento sta esclusivamente insultando il vostro lavoro non fatevi problemi a cancellarlo. Queste persone non fanno parte del vostro target di riferimento. Molto spesso sono profili con nomi e foto improbabili e quindi fake che per nascondere la loro frustrazione nascondono anche la loro faccia. Non vogliono conoscere la vostra storia, tantomeno acquistare i vostri prodotti. Vogliono solo sfogarsi. Un po’ come quelli che passano le giornate a scrivere sulla pagina di Chiara Ferragni che i suoi piedi sono brutti. Quando il commento supera davvero ogni limite perché utilizza anche parolacce bloccate direttamente. Lasciarli fare vuol dire dare modo ai loro simili di accodarsi e creare una vera e propria rete di haters che si trastullano sulla vostra pagina insultandovi di continuo.

Piccolo consiglio: se avete utilizzato l’obiettivo “interazione” per una campagna social, sappiate che la quasi totalità di coloro che interagiscono con like, commenti e condivisioni non sono compratori.

Come dico sempre “non sono i like che vi fanno vendere”. 

Diverso è il caso in cui un vostro cliente ha avuto un’esperienza negativa con il brand. In quel caso il customer service è fondamentale. La strategia sarà: aprire un dialogo, scusarsi e intraprendere un’azione offline per risolvere il problema. Ogni volta che perdete tempo a rispondere gentilmente ad un commento negativo che invece ha come unico scopo quello di insultare sappiate che togliete tempo a definire un obiettivo più importante. 

Teniamo sempre a mente quanto il 2020 ci abbia messo a dura prova facendoci comprendere l’importanza del nostro tempo e di chi ci circonda. Fare pulizia è un dovere morale. Anche sui social network.

Fabrizia

 

Comunicare sui social network ai tempi del COVID-19

Tre settimane fa non ancora sapevamo bene cosa sarebbe successo. Il calendario editoriale continuava scandire le pubblicazioni social e i suoi rintocchi suonavano rassicuranti. 

Dopodiché la situazione COVID-19 ha preso il sopravvento. Il governo ha emanato le prime restrizioni sull’attività lavorativa. Nei giorni successivi le stesse restrizioni sono state rafforzate. 

Cosa accade sui social network? Che fine fanno i calendari editoriali su cui abbiamo lavorato nei mesi precedenti? Di cosa parliamo ora? Ne parliamo?

Troppe domande? Eppure tutte queste domande sono rimbombate nella testa, di chi come me, lavora con i social media chiedendosi cosa fosse giusto fare. 

Per me, che sono una sostenitrice della verità e del non fare finta di niente, è giusto parlare di quanto accade. Se si affronta un argomento con il proprio linguaggio aziendale, con informazioni veritiere e con educazione e rispetto si può parlare di tutto sui social network (come nella vita). 

AFFRONTARE-CONFRONTARE-COLLOQUIARE 

Il primo passo è affrontare la situazione, bloccare il calendario su cui avevamo tanto lavorato e comunicare agli utenti cosa sta accadendo nella routine aziendale, rassicurarli sul fatto che saranno aggiornati costantemente sui cambiamenti futuri. 

Comunicare la verità genera credibilità. 

Il secondo passo è fatto di due confronti. Uno interno ed uno esterno. 

Il confronto interno è quello con il team aziendale per definire una nuova strategia di brand awareness. Una volta affrontato il problema con gli utenti non possiamo continuare a focalizzarci sull’aspetto negativo. Dobbiamo creare punti di contatto positivi con loro. In momenti di crisi come questo i social network devono rappresentare, ancora di più, un utile strumento di informazione e devono essere veicolati a supportare e ad intrattenere gli utenti con contenuti di qualità. 

Perché una strategia di brand awareness? In questo momento le attività di produzione sono bloccate, le spedizioni devono dare priorità ai beni di prima necessità. La cosa migliore che possiamo fare è comunicare informazioni riguardanti il brand con l’obiettivo di far conoscere meglio l’attività, i prodotti, i servizi, la storia, le iniziative intraprese e così via. Uno storytelling che si rivolga alle persone che devono necessariamente passare la maggior parte del loro tempo dentro casa e che aiuti a spazzare via quell’ondata di negatività che aleggia in tutti i social network.

Inoltre in questi casi bisogna sfruttare una delle componenti che di solito oltre ad essere introvabile, non è acquistabile. Quale? Il tempo! In questi momenti di “calma” (si fa per dire) bisogna prendersi il tempo di analizzare quello che è stato fatto finora, quello si poteva fare (che magari è stato rimandato per mancanza di tempo) e soprattuto quello che si potrebbe fare per migliorarsi. Un buon esempio può essere quello di chiedere ai nostri utenti cosa vorrebbero dal loro brand di fiducia. Un servizio, una prodotto presentato in un altro modo, le idee degli utenti possono essere tantissime.

Il confronto con gli utenti è utile per comprendere:

  1. Come il brand viene percepito (reputation)
  2. In cosa è stato carente finora 
  3. Come può aumentare la soddisfazione dei suoi consumatori 
  4. Che unire le proprie idee a quelle degli utenti può essere il modo migliore per creare/migliorare/modificare un prodotto o un servizio da lanciare nel prossimo anno
  5. Come dare valore ai bisogni dei suoi consumatori

Il confronto è una straordinaria arma di unione

L’ultimo step è colloquiare con gli utenti. Esattamente come abbiamo sempre fatto. Questa volta aggiungeremo un tocco più personale, ancora più umano. 

Perché? A prescindere dalla strategia digitale è importante che gli utenti percepiscano che il brand, nonostante le difficoltà quali produzioni ferme, spedizioni con diverse tempistiche, adattamento delle nuove normative, sia formato da persone che stanno lottando con le stesse incertezze e paure di tutti e che si stiano impegnando per trasformarle in punti di forza. Punti di forza che nel futuro (si spera il prima possibile) siano in grado di far parte dell’enorme ingranaggio che muove tutta l’economia del nostro paese.

Un esempio di ciò che vi dico e che mi riguarda lo trovate sui canali social Confetti Pelino.

Forza!

Fabrizia

 

Cambio stagione, cambio strategia!

Aria di primavera e di cambio armadio! La bella stagione si avvicina e con lei una nuova strategia. E cosa si fa della vecchia strategia? Esattamente quello che si fa con i vestiti invernali. Si decide cosa tenere per la prossima stagione e cosa dar via. Cambiare però non vuol dire buttar via la nostra vecchia identità. Tra i vari maglioni ripiegati e lavati c’è lo stile che ci ha rappresentato fino ad oggi. Ed è da quello che ripartiamo per definire il nostro look primavera/estate.

Cosa accade sui social? Se siamo stati bravi ad osservare il mercato, ad ascoltare i nostri clienti, a percepire i bisogni dei consumatori siamo già a buon punto perché sappiamo in che direzione muoverci. Se poi abbiamo anche analizzato i dati ottenuti, fissato gli obiettivi raggiunti finora abbiamo già il 70% del nostro planning strategico in mente. Complimenti!

Sarebbe bello poter definire la strategia digitale integrata di un intero anno a novembre ma purtroppo il lavoro è soggetto ad imprevisti, a cambiamenti e altri elementi aleatori che nessun digital strategist può prevedere. Tutti questi elementi rappresentano il 30% che manca alla definizione del nostro planning.

L’evoluzione dei social network, le abitudini dei consumatori, i mutamenti del mercato di riferimento, l’ingresso di nuovi competitor nel nostro settore sono in continuo movimento. Si possono paragonare a quel compleanno che magari avevamo dimenticato nel mezzo di giugno, o a un invito inaspettato a cena fuori, ad una gita in barca non prevista e così via. Ed in quel momento guardi l’armadio e pensi: “e adesso che mi metto?”. È li che bisogna saper prendere una decisione pragmatica e veloce che ci consenta di avere l’outfit giusto sentendoci a proprio agio in una situazione che non avevamo previsto.

Ultimamente sto notando una maggiore apertura mentale e un maggiore interesse per le attività digitali. Le attività, anche se locali, hanno voglia di emergere attraverso i social network. Tutto ciò mi rende molto felice. C’è aria di primavera e di cambiamento anche in quelle attività che fino a solo un anno fa erano spaventate dall’intraprendere una strategia digitale, o peggio, avevano avuto una brutta esperienza con qualche agenzia.

Nella comunicazione la cosa più importante è ascoltare ciò che non viene detto. Peter Drucker.

In Italia non siamo così bravi ad ascoltare, diciamoci la verità. Ho avuto diversi feedback negativi sul mio settore nel corso degli anni. Perché? Perché bisogna essere in grado di dare spiegazioni dettagliate, di rispettare volontà e tempistiche, di dimostrare professionalità e di conoscere bene i propri strumenti di lavoro. Bisogna portare risultati prima per i propri clienti e poi per se stessi. E tutto questo può accadere solo se siamo disposti ad ascoltare non solo con le orecchie.

Avere una pagina Facebook non vuol dire avere una strategia così come bere tanti caffè non vuol dire essere svegli 🙃

Avere una strategia vuol dire saper decidere cosa fare anche quando per strada si incontrano molti bivi. Una strategia è il paracadute che ti consente un atterraggio morbido che limiti i danni e ti consenta di continuare a camminare con le tue gambe. Che si tratti della tua attività o di un invito inaspettato a cena fuori! 😜

La mia strategia personale l’ho chiamata VPA. VISUALIZZA, PIANIFICA e AGISCI. È il modello standard che definisce uno schema da seguire e che si può adattare e personalizzare in ogni situazione. Ma di questo ne parliamo la prossima volta 😉

Fabrizia