Chi lo dice che i bilanci si fanno solo a fine anno?

Non aspettare. Siediti, osserva, ragiona e tira la linea oggi stesso. I risultati sono sempre il frutto di una serie di valutazioni che ti aiutano a riflettere su ciò che ti fa star bene e ciò che ti mette a disagio.

I bilanci non si redigono solo a fine anno, no. I bilanci si redigono ogni qualvolta è necessario un cambiamento. Si redigono per non avvizzire all’interno di una zona di comfort. Si redigono per non abituarsi troppo. Soprattutto a ciò che non va.

Con il passare degli anni sono diventata molto zen. Davanti ad una situazione che mi mette a disagio, personale o lavorativa che essa sia, prendo del tempo per osservare e testare tutte le opzioni. Il 90% delle volte chiudo un occhio, comprendo, mi metto a disposizione, analizzo, riassumo e respiro. Il 10% delle restanti volte chiamo un’amica che saggiamente mi ascolta per 10 minuti di fila in cui mi sfogo senza mai smettere di parlare. Dopodiché ogni 3 mesi redigo un bilancio. Se dopo 2 bilanci consecutivi ci sono situazioni che continuano a non migliorare o addirittura peggiorano, rischiando di tramutarsi in gastrite da stress, vuol dire che è tempo di intervenire.

Hai presente una campagna pubblicitaria che non va? Hai provato a cambiare il copy, la grafica, il target ed i risultati continuano a scarseggiare. Sarà colpa del prodotto? Del brand? Del passaggio finale in cui gli utenti devono interfacciassi con il servizio? Dentro di te sai bene quale è il problema. Non resta che estirparlo con decisione.

Negli ultimi mesi ho accumulato un po’ di stress come tutti. Alcune situazioni però le ho tollerate meno di altre. Sarà che si sono appunto ripetute in più di un bilancio, sarà che crescendo non ho più tanta voglia di tollerare.

Ecco 3 situazioni che reputo tossiche nell’ambiente lavorativo:

  1. DONNE VS DONNE. Un grande classico che purtroppo non tramonta. Raramente nel mio lavoro mi interfaccio con altre donne. Quando accade sono sempre molto motivata ed inizio anche a farmi qualche film. Fantastico sul fatto che questa conoscenza possa diventare la base per la costituzione di un progetto al femminile. Ahimè nel 98% dei casi ho a che fare con donne infastidite dalla mia presenza. Essenza? Spirito? Boh. Cerco di proporre idee, di avere un tono amichevole, di mettermi a disposizione. Risultato? Una delle ultime risposte che mi è stata data: “ah non saprei, non mi viene in mente nulla. Magari fammi sapere”. Vi parlo di una situazione in cui io non avevo affatto bisogno del supporto di questa persona, anzi era proprio il contrario. Eppure vince l’acidità a priori. Ne ho parlato qui.
  2. “VABBÈ MA É SOLO UN POST”. Questa frase mi è stata detta da un (orami ex) cliente con cui abbiamo collaborato insieme per oltre due anni. Non ci sono mai stati problemi. Durante la pandemia ho cercato in ogni modo di essere comprensiva e di andargli incontro tenendo a mente le difficoltà dovute al COVID-19. Ora che le cose stanno cambiando e stanno andando verso una nuova crescita mi dispiace molto vedere che non sia ancora chiara l’importanza del digitale. Che si utilizzino frasi volte a sminuire il lavoro cercando di estorcere sconti o fare battute sul fatto che sia troppo costoso. Torno a ripetere il mio esempio del ristorante. Se vai a cena fuori non ti alzi dal tavolo dicendo che pagherai più in la perché ora non hai disponibilità. Se ti viene voglia di un contorno e lo ordini, non ti meravigli a fine pasto di trovarlo in fattura. Lo sai da subito se puoi permetterti un servizio oppure no.
  3. I “VORREI MA NON POSSO”. Quanto è frustrante ascoltare persone che si lamentano di continuo di un problema che chiaramente non vogliono affrontare? Da diverso tempo orami ho imparato che le soluzioni sono come i consigli. Vanno elargite solo quando vengono esplicitamente richieste. Due settimane fa, mentre esaminavo delle candidature per B-Side, ho ricevuto un messaggio su LinkedIN da una persona che “era tentata di candidarsi all’offerta” ma poi “ha desistito”. L’offerta di lavoro, come social media manager, richiedeva un video per candidarsi anziché il classico CV copiato ed incollato da inviare in un secondo attraverso un click. Nel testo è stato sottolineato che in un precedente annuncio la maggior parte delle candidature arrivate erano in formato Europass, così abbiamo ironizzato sulla forma ormai arcaica di questa tipologia di CV che sembra voler uniformare tutti sottolineando il possesso della patente B anziché far emergere la personalità dei candidati. Per questo motivo come primo approccio preferiamo un video in modo da prendere in considerazione soprattutto l’empatia. La persona in questione non ha colto l’ironia. Ha parlato di “momento storico in cui la gente ha bisogno di lavorare” come se noi stessimo cercando qualcuno da sfruttare o se chiedere un video ad un possibile social media manager che dovrebbe avere dimestichezza nel parlare davanti una telecamera sia una pratica di tortura. Inoltre parliamo di una posizione da remoto perciò le informazioni riguardanti le patenti possedute sono del tutto superflue. Sembrava scontato. Di contro questa persona mi ha scritto: “lasciare inserito nel cv che si ha la patente è un punto di demerito? Si è scartati solo per questa minuzia?”. È una conversazione molto lunga che non voglio condividere interamente, voglio utilizzarla come spunto per fare un’analisi. Un’osservazione sull’utilizzo dei social in generale, come sempre: se qualcosa non ti piace e la sua presenza non ti reca alcun danno perché non vai oltre anziché perdere tempo a contestarla?

Le relazioni lavorative, come quelle personali, devono rappresentare un supporto per i propri obiettivi. Un’ispirazione per le proprie idee. Un confronto per il proprio miglioramento. Un incoraggiamento a spiccare il volo. Lascia le zavorre a terra oggi, il tuo domani ti ringrazierà.

È una lezione che ho imparato negli anni pagando un prezzo carissimo. 

Fa

Cosa ho imparato dal pregiudizio.

Conoscere qualcuno ti porta inevitabilmente a farti un’idea. Scruti i suoi movimenti, sei curioso di conoscere la sua storia e di capire perché si comporta in quel modo. Forse la seconda parte non riguarda proprio tutti. Me di sicuro. Sono sempre stata curiosa di andare oltre la facciata. Comprendere ad un livello più profondo che tipo di persona c’è dietro semplici atteggiamenti. Scavare così in profondità ovviamente può lasciare l’amaro in bocca, oppure no. Molte volte l’immagine che le persone danno di se si sgretola dopo aver grattato la superficie. Altre volte invece accade di restare sorpresi in positivo. Nel secondo caso lo scenario è: “stelline negli occhi”.

Accade solo a me? Stabilire un contatto più profondo con qualcuno mi fa stare bene. La comprensione genera benessere. Il mio difetto è che spesso mi lascio accecare da queste benedette stelline negli occhi credendo di avere di fronte una persona molto simile alla mia dimensione e con la quale stabilire una connessione più profonda. La maggior parte della gente, purtroppo, non bada ai meandri della profondità. Si lascia trasportare dal vento posandosi dove più gli aggrada in quel preciso momento.

Se si potesse avere un’idea chiara delle persone conoscendo semplicemente la loro famiglia di origine o il loro lavoro sarebbe tutto più semplice. Non è così. Eppure afferrarsi a dare un pregiudizio avviene di continuo. Ci si sofferma su un dettaglio (in positivo o in negativo) e si fa di quel dettaglio il codice genetico di una persona.

La verità è che queste informazioni non bastano a definire qualcuno. Non bastano neanche a capire se si tratti di una brava persona o meno. Negli anni ho ricevuto tantissimi pregiudizi da parte di chi non solo non mi conosceva ma non aveva neanche scambiato due parole con me. La maggior parte di questi pregiudizi si basava sul mio aspetto fisico o sulla mia famiglia di origine. Se sei bionda, magra e con gli occhi chiari allora la tua vita è facile. Hai più capacità fotogeniche che imprenditoriali. Inoltre più volte mi è capitato di conoscere persone convinte del fatto che io non avessi mai sofferto, che fossi viziata e che la mattina mi svegliassi con un unicorno accanto a me che mi portasse a fare colazione su una nuvola. Le prime volte mi arrabbiavo tantissimo. Ci rimanevo male. Mi chiedevo come fosse possibile che la gente si lasciasse andare a pregiudizi così superficiali e scontati senza sapere quello che avevo vissuto. Credo accada a tutti ad un certo punto della vita.

Ho iniziato a diventare un’appassionata dei pregiudizi altrui nei miei confronti. Come mai? Per vivere in funzione di ciò che pensano gli altri? No. Conoscere il modo in cui si appare ti da un vantaggio competitivo. Se 18 persone su 20 credono che io sia diffidente (spoiler: lo sono!), esserne a conoscenza, può essere un ottimo modo per affrontare meglio il pregiudizio. Se entro in un posto sono consapevole che, prima di avermi sentito parlare, il pensiero dei 18 su 20 sarà qualcosa di simile a: “Eh ma come se la tira!”. Saperlo in anticipo mi ha consentito negli anni di dare fuoco a tutte le sensazioni di disagio del tipo: “mi sento inadeguata” o peggio “non all’altezza”.

Ora che sono più consapevole di come appaio a causa di alcune mie caratteristiche provenienti da un pippone psicologico che vi risparmio non ci resto più male. Questa analisi la si può fare con ogni caratteristica del proprio io. In positivo o in negativo. Più sarai consapevole di te stesso, più sarà facile lavorare su alcuni aspetti, comprendere gli altri, le loro aspettative e la loro chiave di lettura.

Ovviamente ci sono pregiudizi più gravi di questo esempio. Pregiudizi che vengono dalla cattiveria e dall’abitudine di sotterrare gli altri per sentirsi migliori. Il mio esempio non vuol dire che bisogna farsi piacere tutti o che bisogna essere amici di tutti. O peggio, che si debba giustificare qualcuno che ci stia mancando di rispetto e che abbia degli atteggiamenti che ci feriscano. Ognuno deve trovare la sua dimensione. Se le convinzioni, le credenze o le abitudini di qualcuno ti mettono a disagio, non devi sopportarle per forza. Ecco perché è così importante la conoscenza.

Le maggior parte delle persone non ha l’abitudine di sentirsi dire la verità. Quando prendi di petto qualcuno dicendogli le cose come stanno ecco che si sente spiazzato. Viviamo in una società in cui si preferisce dire le cose alle spalle. E non importa quanto sia rischioso che si venga a sapere, tagliare e cucire la realtà a proprio piacimento è appunto una (cattiva) abitudine ormai radicata.

Vi svelo un segreto: sbagliamo tutti. Ogni santo giorno. Ciò che ci definisce è come reagiamo agli sbagli. Come ci rialziamo dopo una caduta. Come chiudiamo una relazione o un’amicizia. La nostra capacità di assumerci la responsabilità delle nostre scelte valutando se queste ultime possano ferire gli altri.

Stessa cosa accade sul lavoro. Qualche giorno fa mi ha chiamato un probabile cliente che avevo già sentito più di un anno fa. Il suo modo di approcciare non era cambiato. La sua superficialità nel valutare alcuni aspetti del mio lavoro anche. I suoi stessi pregiudizi su cui si è seduto convinto di essere più preparato di me mi hanno portato ad escludere la collaborazione.

Molte persone potrebbero dirmi: “Sei pazza a non prendere clienti? È comunque fatturato”. La mia scelta è un investimento. Un investimento che non produce benessere economico, bensì emotivo. Il mio tempo deve essere dedicato a persone capaci di avere una visione più ampia rispetto alle potenzialità della nostra collaborazione. Guadagnare di più mentre si perde tempo e salute non è lo stile di vita che mi sono prefissata.

Un fatturato solido è quello che si costruisce nel tempo con scelte ponderate e mirate. Mettere davanti l’ego non è mai una buona cosa.

Fa

La comunicazione funziona se è a due sensi.

Lo scorso weekend ero in giro con amici. Quasi estate. Quasi fine del coprifuoco. Quasi pace dei sensi. Mi capita spesso di parlare di lavoro durante il mio tempo libero e trovo sempre istruttivo ascoltare il parere di chi mostra interesse per la mia attività. Quasi sempre. A volte capita di incontrare il tipo di turno che parte già prevenuto. Ti guarda stizzito e, convinto del fatto che riceverà da te risposte che non lo soddisferanno, decide comunque di estorcerti una consulenza a 360 gradi senza tenere conto di orario e luogo. Tra le varie richieste, passando per l’intramezzo sul classico pippone dell’agenzia di turno che gli ha stilato un preventivo di cui non è convinto soprattutto per il prezzo, arriva sempre il domandone finale. Questa volta rivoltomi dal suo accompagnatore: “quanto costa quello che fai?”. A questo punto la mia faccia assume una specie di smorfia che non riesco e non riuscirò mai a nascondere. Forse perché non la voglio nascondere. Mi indispone sempre questa domanda. Chiedere il prezzo di un servizio senza conoscerne il valore e comprenderne il funzionamento è come chiedere a qualcuno di uscire dicendogli “guarda non me ne frega assolutamente nulla di cosa pensi e del tuo essere. Te o un’altra persona non avrebbe fatto differenza stasera”.

Quantificare un prezzo a naso senza conoscere gli obiettivi e la storia dell’azienda su cui andare a definire una strategia non è professionale. Secondo queste persone c’è un listino prezzi per tutto. E deve essere cheap. Come se io la mattina mi svegliassi, aprissi il chiosco in spiaggia e iniziassi la mia attività di vendita di cocchi. Attività per la quale avrei comunque dovuto calcolare già in precedenza quando e come raccogliere i cocchi. Tenere quelli buoni e scartare quelli non buoni. Calcolare il tempo che mi è costato per svolgere questa attività, i costi di trasporto, eventuali aiuti extra e le spese legate alla gestione e al mantenimento della mia attività. Inoltre che tipo di cocchi vendo? Come li vendo? Aperti? Chiusi? Su un vassoio? Serviti al tavolo? Tovaglioli ne abbiamo? Posti a sedere all’ombra? Se a 300 mt aprisse un chiosco che offrisse anche un servizio di massaggio al viso con olio di cocco?? Che faccio? Eh, non è più così idilliaco pensare a questo lavoro come quando durante lo stress quotidiano si dice: “Basta! Me ne vado a vendere cocchi su una spiaggia!”, vero?

Sta di fatto che la cosa più ironica di tutto ciò è che, alla domanda “quanto costa quello che fai?”, il tipo di turno si da una risposta da solo anticipando la tua e dicendo: “eh TROPPO!”. A questo punto la conversazione andrebbe definitivamente chiusa ma ahimè, quanto mi piace prendere una posizione e rispondere comunque in modo carino nell’inutile speranza che il soggetto avverso capisca non ve lo so quantificare (neanche questo!).

La verità è che nel 2021 non è tollerabile (almeno per me) che persone appartenenti alla generazione Millennials, e che quindi dovrebbero essere super capaci di comprendere argomenti quali comunicazione, web marketing, social media ecc, pensino ancora che pubblicare un post voglia dire buttare una foto e due parole online.

Quanto costa allora “quello che faccio”? Iniziamo a dare un nome a quello che faccio. Io sono una digital strategist. La mia mission è quella di definire strategie di social media marketing in grado di supportare le aziende nel raggiungimento degli obiettivi prefissati nel proprio mercato di riferimento. Come? Attraverso la gestione dei social network e delle campagne pubblicitarie collegate ad essi. Il tutto attraverso una consulenza costante messa a disposizione delle aziende che si avvalgono della professionalità e della competenza della mia figura e dei miei collaboratori che lavorano con me al progetto. Vi sembra complicato? In realtà ci sono tante altre cose da spiegare. Tipo la definizione del tone of voice, strutturare un calendario, avere risposte sempre pronte davanti alle esigenze dei clienti, risolvere gli imprevisti, proporre nuove idee e così via. E la creatività? Ti svelo un segreto: non abbiamo un sacchetto magico da cui estraiamo idee. Le idee migliori mi sono venute nei momenti più improbabili. E il tempo? Tutto quello che serve. Senza pause il più delle volte.

Quando a qualcuno tutto ciò sembra superfluo consiglio sempre i servizi di cui ho sentito parlare. 500 euro all’anno full optional. Sito web, social media, 100 euro in regalo di Facebook Adv e tanto altro ancora! C’è l’imbarazzo della scelta in questo mare fatto di false promesse e disservizi.

Immagina di entrare in un ristorante e dire al proprietario: “ti do 500 euro ALL’ANNO e vengo a mangiare ogni volta che voglio”. Non sto dicendo che un costo elevato è garanzia di un servizio ottimale. Bisogna sempre tenere conto di cosa è necessario per sviluppare un progetto, da dove si parte e dove si vuole arrivare.

La comunicazione funziona se è a due sensi. Bisogna essere compatibili per creare qualcosa di straordinario insieme. Bisogna parlare la stessa lingua e aiutarsi a comprendere ciò che non si conosce. Bisogna sentirsi soddisfatti e proprio agio con il tipo di comunicazione utilizzato. E questo vale in tutte le relazioni della nostra vita.

Fa

Unisci i puntini e diventa chi vuoi.

Qualche settimana fa una delle persone a cui voglio più bene e che vive a km di distanza da me, mi ha raccontato del momento difficile che sta attraversando. Gran parte delle emozioni che sta vivendo le ho già vissute molti anni fa. È pazzesco quanto il nostro cervello sia in grado di colorare i ricordi e addolcire il dolore vissuto in passato. Oggi, guardando indietro, non riesco a percepire lo stesso malessere che provai allora. Ricordo perfettamente però tutto quello che ho imparato e, come posso, mi appresto a ripeterlo a chi voglio bene.

Dopotutto diventiamo gli “insegnanti” di ciò che più abbiamo bisogno di apprendere. Raccontiamo continuamente le nostre esperienze formative alla perfezione come i testi delle canzoni del cuore. La ripetizione diventa un fantastico promemoria quotidiano per noi stessi. Certo è che non bisogna rischiare di diventare dei fantastici e petulanti “Mr. o Mrs So Tutto Io”. Quando una persona sta soffrendo non vuole sentirsi dire per tutto il tempo cosa fare. Vuole essere supportata, compresa, ascoltata e accompagnata in tutto il processo di guarigione.

Mi è tornato in mente il mantra di Richard Branson che ho ritrovato alcuni mesi fa nel libro di Netflix:

Always be connecting the dots.

Unisci i puntini. Adoro questa frase. Riesce a racchiudere tutto quello che dovremmo fare in ogni situazione della vita in maniera semplice ed immediata.

Se ripenso a tutte le volte che ho vissuto un momento difficile ritrovo sempre le stesse tre fasi.

  1. Lo stordimento. È successo l’inimmaginabile. Non sai se sia vero o se si tratti solo di un brutto sogno. Ti chiedi perché sia accaduto a te. Nella testa c’è un gran confusione e tutto ciò che vorresti è solo fermare il mondo, scendere un attimo e mandare tutti a quel paese. Non puoi farlo, perciò inizi a muoverti a tentoni cercando di non cadere mentre aspetti che le vertigini passino.
  2. Lo sfinimento. Ti rendi conto che è tutto vero. Ti senti a pezzi perché stai combattendo contro le emozioni negative che ti stanno letteralmente sovrastando. Io in questa fase di solito non ho appetito e lo sfinimento è fisico e mentale.
  3. La risalita. Dopo le prime due fasi, che nel corso degli anni ho imparato a renderle piuttosto veloci, prendo possesso di nuovo della mia esistenza ed inizio ad unire i puntini. Definisco il piano di rientro. Chiudere le uscite superflue, reintegrare le perdite, risolvere gli imprevisti e stabilire gli obiettivi del breve-medio periodo davanti a me.

Detto così può sembrare che io sia un robot. Ho sperato di diventarlo tante volte per non sorbirmi tutta la parte emotiva che inevitabilmente rallenta ogni processo di guarigione ma non è mai successo. Ogni volta mi sono sorbita il pippone drammatico che tocca un po’ a tutti. La mia grande empatia si è bilanciata negli anni con la mia passione per l’organizzazione, l’ordine e il senso pratico. Non è che tutti i giorni vivo nel perfetto bilanciamento dell’universo, mi prodigo affinché sia il più possibile così con grande impegno.

Ognuno di noi cresce diversamente e in maniera direttamente proporzionale alle esperienze che ha vissuto. Soprattutto quelle negative. L’elemento che ci rende unici è il carattere. Il carattere e la crescita sono strettamente collegati. Un’esperienza lavorativa, ad esempio, non ci fa maturare solo sul lavoro ma in tutti gli ambiti della vita. Prima ci predisponiamo a superare un momento difficile, prima matureremo e saremo in grado di superarlo. Molte volte commettiamo l’errore di crogiolarci nella convinzione che la realtà sia solo una. La realtà la creiamo noi ogni giorno con le nostre scelte. Non siamo i nostri genitori, non siamo l’idea che chi non ci conosce a sufficienza ha di noi. Possiamo diventare ogni giorno chi davvero desideriamo di essere. Come? Con il coraggio. Il coraggio di connetterci ai nostri desideri più profondi, che spesso lasciamo marcire nei meandri della nostra anima.

Quando ci accade qualcosa di negativo pensiamo di non meritarlo, ci sentiamo frustrati e arrabbiati. La verità è che una volta superata la fase dello stordimento tutte queste emozioni vanno accettate ed ascoltate. Le risposte saranno quelle che ci consentiranno di risalire ed unire i puntini della nuova versione pro di noi stessi.

Fabrizia

8 categorie di persone che mi hanno reso migliore.

In questo articolo voglio affrontare una tematica molto interessante che riguarda tutti. La scelta delle amicizie. Ti sembra banale? Non lo è affatto. Le conseguenze di questa scelta hanno scombussolato la mia vita molte volte. In positivo e in negativo. Ti parlerò delle 8 categorie di persone che mi hanno regalato gioie e dolori ma procediamo con ordine.

Se la crescita personale è una delle tue passioni hai sicuramente sentito questa frase:

Siamo il risultato delle 5 persone che più frequentiamo.

L’influenza delle persone che frequentiamo determina chi siamo, come approcciamo al mondo, come ci sentiamo, chi vogliamo diventare e dove vogliamo arrivare. Questo tipo di influenza si riversa anche (e soprattutto) nel lavoro. Se, per esempio, sogni di diventare imprenditore e spendi la maggior parte del tuo tempo libero con persone amanti del dolce far niente, è chiaro che il risultato non sarà quello di sentirti più motivato ad investire nel tuo progetto.

Sono molto devota all’amicizia. Probabilmente perché la mia famiglia d’origine non è mai stata particolarmente unita. Credo che gli amici rappresentino la famiglia che scegliamo nel corso della vita. Per questo motivo, appena posso, esprimo la mia gratitudine per aver incontrato persone buone, oneste, sincere e umane. Ne ho incontrate diverse. Più di quelle che solitamente si incontrano in una vita intera. La maggior parte vive lontano da me, eppure ogni volta che ci si incontra non c’è nessuna forma di disagio o imbarazzo.

Cosa vuol dire sentirsi a disagio con qualcuno? Vuol dire trovarsi con la persona sbagliata. Non dovremmo mai passare del tempo con chi ci fa sentire a disagio. Quanta saggezza eh? Non sono stata sempre così saggia. Ho sbagliato un’infinità di volte. Per amore, per tenerezza o semplicemente perché in certi momenti abbiamo poca accuratezza nei riguardi di noi stessi. I motivi per cui scegliamo di chiudere un occhio (spesso entrambi) sono molteplici.

Si fa presto a dire “siamo amici”, esserlo davvero è tutta un’altra storia. Essere amici non vuol dire fare cose fighissime insieme. Vuol dire prima di tutto conoscersi. Non esistono amici perfetti da estrarre dal taschino pronti ad esaudire i nostri desideri. Bisogna conoscere e riconoscere pregi, limiti e difetti. Apprezzare i primi e accettare gli altri due. Vuol dire saper discutere. Da uno scontro verbale costruttivo spesso nasce un incontro capace di condurre ad un livello di conoscenza molto più profondo. Vuol dire avere il coraggio di essere sinceri. Parlo della sincerità che sostiene, non di quella che mira a demolire o ferire. Infine vuol dire supporto. Si è capaci di essere di supporto solo quando si ha la stessa visione della vita.

Ho imparato molto dalle persone che ho frequentato. Nel bene e nel male. Ed ecco le 8 categorie di persone che mi hanno reso migliore. 4 di queste dedicate alle esperienze negative e 4 alle positive. Partiamo dalle 4 che hanno reso memorabili gli insegnamenti, ossia le batoste. Ho utilizzato nomignoli simpatici che non hanno niente a che vedere con il corretto utilizzo della lingua latina.

  1. Quelli che ti prendono in giro. Passano il tempo a sminuirti e denigrarti qualunque cosa tu faccia perché, a detta loro, la stai facendo male, non fa per te o è una cosa da sfigati. Chiamo questa categoria Homo Ignorantus. Queste persone hanno una conoscenza davvero risicata di ogni argomento ma hanno una (cattiva) parola per tutto. Non lasciarti buttare a terra. Continua a perseguire ciò che ti piace fare. Il giudizio abbonda sulla bocca di chi vive realtà chiuse e teme ciò che è diverso. Evita ogni contatto. Vuoi provare a cambiarli, vero? Provaci e fammi sapere come va. Magari hai più fortuna di me.
  2. Quelli che sparlano alle tue spalle. Ti giudicano impietosamente straparlando dei fatti tuoi ma solo se non sei presente. Poi passano tranquillamente del tempo con te perché gli fa comodo. Homo Vigliaccus è il nome per questa categoria. La mancanza di coraggio impedisce il miglioramento e il raggiungimento degli obiettivi. Il risultato? Frustrazione ed invidia. Smetti di regalare a queste persone i benefit che hanno scelto di succhiarti ogni giorno e la loro presenza si dissolverà come neve al sole.
  3. Quelli che si mettono (e ti mettono) nei guai. Homo Incasinatus. A questa categoria appartengono due tipologie di persone. La prima: i borderline. La loro indole da Peter Pan non gli consente di assumersi la responsabilità delle azioni che compiono, perciò la addosseranno su di te. La seconda è più complessa e racchiude persone con problemi molto gravi (droga, abusi, squilibri psicologici). In questi casi devi renderti conto che non puoi risolvere i loro casini perché sono fuori dalla tua portata. Rivolgiti a persone ed istituzioni competenti che possano risolvere davvero la questione.
  4. Homo Narcisus. Quelli che ti feriscono per il semplice gusto di farlo. Decidono di giocare con le tue debolezze perché si divertono così. Nel gergo comune vengono definiti semplicemente str***i.

Passiamo ora alle persone che invece hanno avuto un effetto positivo sulla mia vita. Tutti dovremmo conoscere un esponente di queste 4 categorie.

  1. Gli operativi. Organizzi una cena o una festa? Fai caso a coloro che sono sempre pronti ad aiutarti a mettere a posto o che ti supportano nella preparazione. Queste persone hanno un gran cuore. Vogliono che sia tutto perfetto per vederti felice.
  2. I coraggiosi. Persone che hanno il coraggio di dirti quanto ti stai comportando da idiota. Quando stai soffrendo o vivendo un momento no, è probabile che tu stia facendo degli sbagli. Ringrazia chi avrà il coraggio di riportarti alla realtà. Chi ti metterà le mani sulle spalle e scuotendoti dirà: “Che diavolo stai facendo?”.
  3. I saggi. Nei momenti più difficili della vita può capitare di sentirsi under the train. Non hai la forza di muoverti perché ti senti a pezzi. Fai caso a chi si preoccuperà di venire da te, sdraiarsi a terra al tuo fianco e aspettare in silenzio che tu riesca ad alzarti di nuovo.
  4. I difensori. Per ogni Homo Narcisus intento a parlare male di te durante la tua assenza ci sarà un difensore pronto a prendere le tue parti.

Hai riconosciuto qualcuno in queste descrizioni? Ne sono certa.

Perché ti ho raccontato tutto questo? Nelle ultime settimane ho avvertito una forte necessità di incontrare persone nuove con cui costruire nuove relazioni. Dopo un anno di pandemia e distanziamento ci sentiamo tutti un po’ più soli e un po’ persi. Un pomeriggio di due settimane fa ho pensato a come avrei potuto conoscere persone nuove, che avessero i miei stessi interessi e con cui condividere un’esperienza memorabile da raccontare fino alla fine dei tempi. Ho avuto un’idea e l’ho messa in atto. Questa idea, giorno dopo giorno, si sta trasformando in un vero e proprio progetto. O almeno lo spero. Ad oggi mi trovo alla fase 2.

Te la racconterò presto.

Fabrizia

Se non soffri, non fallisci e non sbagli non comprendi il valore delle cose.

Quando ho aperto questo blog il mio obiettivo era quello di parlare di social media marketing mettendo a confronto gli avvenimenti lavorativi con quelli personali. Un paragone che mirasse a spiegare con parole semplici aspetti del mio lavoro che spesso risultano poco comprensibili a coloro che non lavorano in questo settore. Al giorno d’oggi però conoscere le basi dei social network e del digital marketing è fondamentale per tutti.

L’altro giorno riflettevo sulla mia giornata. In particolare mi sono soffermata sui comportamenti di alcune persone. Sapete quel tipo di persone che millanta oggetti costosi o che prova a “conquistarvi” con il disperato tentativo di offrirvi benefits. Anche se non glieli avete mai chiesti. Magari anche voi, come me, credete che quelli non sono benefits fondamentali e che le cose importanti nella vita siano altre. Avete mai provato a dire a queste persone cosa pensate? Io si. Si offendono dall’alto della loro incapacità di aprirsi al mondo e condividere un pensiero diverso dal loro. Cercano di annientarvi. Sono dei succhia-energie.

Diciamoci la verità, lavorare solo per i soldi è la cosa più triste del mondo. Perfino mio padre (credo) nutrisse della passione per il suo lavoro. Dopotutto ne aveva così poca per gli essere umani che doveva pur esserci qualcosa in grado di suscitare il suo interesse. Quel qualcosa era il lavoro. O meglio. Erano i soldi. Mio padre apparteneva alla categoria di persone che, senza una forte stabilità economica, si sente mancare il respiro. La terra tremava sotto i suoi piedi quando i suoi conti non si bilanciavano perfettamente con le sue aspettative. Ha dedicato tutta la sua vita a costruire una carriera che gli desse la possibilità di accumulare ricchezza senza saperne godere.

Ogni anno viaggio standard d’estate. In vacanza con la famiglia negli stessi posti. Negli stessi giorni e con le stesse abitudini. Nessuno sport praticato. Nessun interesse oltre il lavoro o la sua cura personale. Nessuna stima per nessuno. Dall’alto della sua perfezione nessuno era abbastanza capace, intelligente, spigliato, forte, meritevole di attenzione. Nemmeno (soprattutto) io.

Per fortuna all’età di 8 anni ho iniziato a farmi delle domande. A chiedermi se questo mondo fosse così inutile come lui mi faceva credere e quindi fossi la bambina più fortunata del mondo ad avere un dio come padre o se, dovessi uscire di più da tutti quei preconcetti e costruirmi un pensiero tutto mio. Potete immaginare la risposta. Nonostante l’infanzia e l’adolescenza non siano stati così entusiasmanti dal punto di vista emotivo sono riuscita a ragionare con la mia testa.

Ad oggi non faccio parte della categoria di persone che definisce la sua grandezza come essere umano basandosi sul conto in banca. Questo non vuol dire che io non sia ambiziosa e che non mi piaccia guadagnare. Mi sono costruita il mio lavoro da sola (beh certo, mio padre non poteva appoggiarmi. Ancora oggi non sa che lavoro faccio e non ha mai mostrato interesse nel volerlo sapere). Cosa più importante ho scelto questo lavoro perché mi rende felice. Ho sempre cercato di scavare il più possibile per avere informazioni di ogni tipo su tutto. Mi sono distanziata molto dai parametri lavorativi utilizzati in Italia, soprattuto nel centro-sud. Ho deciso di lavorare in smartworking perché voglio avere la libertà di muovermi e di lavorare da ovunque io voglia. Decidere dei miei orari e bilanciare il lavoro con gli aspetti personali. La mia più grande soddisfazione è lavorare ogni giorno creando un valore soprattutto per gli altri. Lavorare una vita intera e rimandare tutto alla pensione è una pessima scelta.

Come si imbocca la strada per il lavoro dei propri sogni? Con il coraggio. Nient’altro. Il coraggio di staccarsi dalle persone e dalle abitudini che ogni giorno ci allontanano dai nostri obiettivi. E prima ancora di questo stabilire quali sono i propri obiettivi. “Aridaje Fa con questi obiettivi!”. Lo so parlo sempre di obiettivi e spesso lo faccio anche come promemoria dei miei.

Quando nasci in una famiglia che non ti sprona a perseguire i tuoi obiettivi, inevitabilmente nasci svantaggiato. Devi prenderne coscienza. E credetemi, è un percorso difficilissimo. Tendiamo a rivivere gli schemi a cui siamo abituati, in cui siamo cresciuti. E anche quando lo comprendiamo, continuiamo a sbagliare ancora e ancora.

Una volta, un mio ex, mi disse: “Eh ma secondo me hai perso del tempo nel tuo percorso lavorativo”. Già. Avrei potuto fare alcune scelte qualche anno fa subito dopo l’università. E invece ho deciso di mettermi in proprio solo due anni fa. Troppo spesso giudichiamo le scelte altrui senza sapere quanta fatica ci sia voluta per raggiungere alcune consapevolezze. Quanti ostacoli (economici, emotivi, psicologici ecc) abbiamo dovuto affrontare.

Se non soffri, non fallisci e non sbagli non comprendi il valore delle cose. Delle emozioni, dei soldi, delle attenzioni, dei traguardi e infine della vita. Per questo motivo oggi ho deciso di dedicare più spazio al mio lato personale. Non voglio star qui a raccontare l’ennesima storia della bambina che non è stata compresa. Anzi, voglio parlare della forza che ho tirato fuori per superare i momenti di difficoltà e di quanto questo mi ha aiutato a creare un mio pensiero. Quando trasformiamo i momenti di dolore in forza di volontà, ecco che vinciamo.

Siate sempre fieri di ogni ferita e di ogni sconfitta. Io ne sono davvero fiera. E non mi crogiolo più nel pensiero “eh ma se lo avessi fatto prima?”. Viviamo nel presente ed è sul presente che dobbiamo concentrarci. Dobbiamo diventare responsabili della nostra vita oggi. La colpa non è mai degli altri. Tutto si basa su come reagiamo agli eventi. Più ci impegniamo a diventare persone di valore e più attrarremmo persone di valore in grado di comprenderci.

Lasciate perdere chi vi prende in giro. Chi non capisce il vostro cambiamento e la vostra evoluzione è perché ne è spaventato. Sottovalutiamo troppo le nostre capacità e diamo per scontato che gli altri siano perfetti.

Smettere di nascondere le proprie vulnerabilità è il primo passo verso la serenità.

Ci ho dovuto sbattere la testa tante volte. Quando mi sono davvero fatta male mettendo da parte i miei obiettivi e i miei valori ho sentito qualcosa rompersi dentro e dall’oggi al domani ho improntato la mia vita ad un cambiamento costante. Distruggere vuol dire creare.

Se non lo avete letto, qui vi parlo di alcune abitudini per essere più produttivi. L’ho chiamata la settimana della super produttività.

Abbracci grandi

Fabrizia

La settimana della super produttività. Concime per i tuoi obiettivi.

Lo scorso weekend ho redatto il bilancio mensile di gennaio. 

Si è chiuso in positivo.

Bene no? Dipende. Difficilmente mi sento soddisfatta al 100%. Ho riletto attentamente gli obiettivi 2021 e mi sono focalizzata su quelli del mese di febbraio. Sentivo che potevo dare di più. Le mie performance potevano migliorare. Come? Ho deciso di inserire “la settimana della super produttività”. Non è il massimo come nome, lo so. Non sono una guru della crescita personale. Sono un’appassionata che si ispira a persone che ne sanno molto più di me e metto in pratica gli aneddoti acquisiti per provare a migliorarmi.

Cos’è questa settimana della super produttività allora? È una settimana in cui l’attenzione alle priorità in tutti i campi della mia vita (lavoro, amici, relazioni, workout, meditazione, cibo sano, tempo libero ecc) è concentratissima. Ognuno di questi ambiti passa attraverso un imbuto magico che trattiene ciò che non è indispensabile e lascia passare quello che lo è. È una sorta di processo di snellimento. L’indispensabile viene organizzato nel mio calendario settimanale. Non vi è spazio per altro.

A cosa serve?

A volte viviamo degli eventi che non riusciamo a gestire benissimo. Il risultato è un rallentamento verso i propri obiettivi. Altre volte, siamo così presi dal lavoro e dalla routine, da non accorgerci che stiamo tralasciando azioni importanti per la nostra crescita personale e per la nostra felicità.

È normale. Accade a tutti e non c’è niente di male se si interrompe il processo il prima possibile. La settimana della super produttività serve a questo. A risparmiare tempo. A rompere la routine in cui spesso ci chiudiamo ritrovandoci a fare tutto per abitudine senza provare più gioia, passione ed entusiasmo per la nostra vita.

Il mio metodo si basa sull’inserimento della settimana della super produttività una o due volte al mese (dipende dal riscontro). Sono una persona che si annoia facilmente e ho bisogno di stimoli ed emozioni. In caso contrario mi trasformo in una pessima compagnia. Utilizzo questo metodo non appena sento che la routine si appiattisce.

Ecco un esempio della mia personale settimana della super produttività:

• Sveglia alle 6.15. (Non ho mai avuto problemi a svegliarmi presto ma ODIO uscire così presto dal piumone in inverno).

• Passeggiata al mare mentre ascolto podcast. Questa è stata la settimana più nebbiosa e nuvolosa della storia perciò non ho mai visto il sole all’alba ma è stato bello lo stesso. (Abitare a 300 mt dal mare certo aiuta, mi rendo conto).

• Allenamento (a casa ahimè in questo periodo).

• Colazione. Niente messaggi e mail di lavoro fino a dopo colazione.

• Lavoro. Lavoro. Lavoro. (Occhio alle distrazioni. Ve ne ho già parlato qui).

• Pause dal lavoro leggendo un capito di un libro.

• Cibo salutare cucinato a casa.

• Meditazione con focus su obiettivi.

• Appuntamenti e call: solo indispensabili legati agli obiettivi. Tutto ciò che riguarda una perdita di tempo è bandito.

• 1 o 2 ore dedicate ad un progetto personale (si quello per cui diciamo di non avere tempo quando la verità è solo che non abbiamo voglia).

• Agenda sempre a portata di mano. La mia agenda “motivazionale” non è di quelle fighissime che si vedono su Instagram. Non la utilizzo per disegnarci su. Non l’ho mai fatto perché sarebbe appunto una perdita di tempo. Gli articoli da cancelleria però sono uno dei miei punti deboli. Ho bisogno di soddisfare la voglia di riempire sezioni dedicate al recap.

• 1 ora dedicata all’ordine (aridaje Fa). Allora capisco che, sotto questo aspetto, ognuno può avere le sue abitudini. Sono fissata per la pulizia e l’ordine e la mia casa è sempre impeccabile. Durante questa settimana però credo che sia utile fare piccoli cambiamenti. Spostare qualcosa, pulire un cassetto, risistemare dei libri. A me da senso di benessere.

• Serie TV ok ma in lingua originale (inglese) per allenarsi.

• Niente telefono prima di dormire e a letto presto. Questi per me sono tasti dolentissimi perché spesso c’è qualche emergenza social soprattutto in questi periodo legato alla pandemia. Inoltre non ho mai avuto un buon rapporto con il sonno. Quindi spesso tento di addormentarmi con un’altra meditazione, camomilla con melatonina ed erbe varie.

• Il weekend della super produttività invece si svolge più o meno allo stesso modo. Cucinare un piatto salutare ma più sostanzioso. Leggere di più. Rivedere le idee che mi sono venute in settimana. Incontrare persone che possano ispirarmi e che possano trasmettere positività. Dedicarmi ai progetti personali.

Molti potrebbero pensare che sia un incubo vivere una settimana così. Non lo è affatto. Concentrarsi su ciò che desideriamo è uno dei regali migliori che possiamo fare a noi stessi. Il nostro cervello si abitua a tutto in fretta. Se pensiamo di poter fare di più dobbiamo trovare il modo di accendere questa miccia.

Le settimane di super produttività innescano un’abitudine positiva. Lunedì prossimo, ad esempio, il mio cervello non ricorderà la fatica fatta per alzarmi quando la luna era ancora in cielo. Ricorderà l’emozione provata al mare durante l’alba.

Il nostro cervello tende a zuccherare i ricordi (cit.).

Per quanto un’esperienza sia stata negativa, non la ricordiamo mai con la stessa intensità. Ciò è dovuto allo scorrere del tempo. Ciò che dobbiamo fare è accorciare queste tempistiche mettendoci un po’ di impegno. È uno degli insegnamenti che più mi è rimasto impresso durante gli anni dell’università e a cui faccio spesso riferimento. E non perché l’università mi abbia svelato chissà quali segreti. Il professore che pronunciò questa frase, oltre a svolgere un corso fighissimo (per cui non era previsto neanche un voto ma solo 4 crediti 😒), fu colui che mi fece conoscere il primo libro di crescita personale che acquistai. Non tutte le settimane devono essere così. Ne basta una al mese per stabilire un equilibrio ed innescare un circolo vizioso positivo.

Come potrebbe essere la tua settimana della super produttività?

Fabrizia

Ottimizzare il tempo e smettere di arrabbiarsi.

Si può fermare il tempo?

Ovviamente no. Si può gestire però.

Il mio IPhone è impostato in modo tale da non farmi impazzire. Lavorare nel digital marketing è meraviglioso. Essere sempre connessi ad un Mac, iPhone ed IPad a volte però mi prosciuga l’anima. È un lavoro super impegnativo e mega stressante. Le ore passate davanti ad uno schermo sono direttamente proporzionali allo spegnimento della creatività e della linfa vitale nel nostro cervello.

Ancora più stressante è essere interrotti da continue distrazioni. L’80% delle comunicazioni che riceviamo su whatsapp, mail, social spesso sono inutili. O meglio, alcune sono inutili ed altre non sono urgenti. Quando siamo iper concentrati su un lavoro non possiamo essere interrotti ogni 2 minuti da qualcosa. Ci fate caso a quanto si diventa irascibili quando si viene interrotti? O a quanto tempo si perde nel dare attenzione a cose che posso tranquillamente essere gestite in un altro momento? Per non parlare del continuo stress a cui siamo sottoposti quando ABBOZZIAMO una situazione che ci sta logorando.

Personalmente ho raggiunto il break even point già da qualche tempo. È stato il mio fisico a darmi i primi segnali come spesso accade quando non stiamo bene in una situazione. Non potevo certo rovinarmi il fegato arrabbiandomi ogni volta, non potevo essere scortese con nessuno, non potevo spegnere il telefono totalmente e non potevo neanche sperare che tutto il mondo condividesse la mia visione e smettesse di diventare petulante. Ogni app del mio IPhone ha una sua impostazione personalizzata.

Mail: silenziose. Chi vuole essere interrotto di continuo da una pubblicità, un buono sconto o un newsletter a cui non si è mai iscritto? Controllo le mail solo due volte al giorno. È più che sufficiente.

Whatsapp: niente suono o vibrazione. Solo banner. So che ci sono dei messaggi. Li guardo quando ho finito di fare ciò che sto facendo.

Chiamate: attive solo con vibrazione. Chi decide di telefonare di solito ha davvero qualcosa da dire. Ma non illudetevi. Ho detto “di solito”, non “sempre”. 😜

Social network: no banner, no vibrazione, no suoni. Solo centro notifiche. Sarei già ricoverata nel reparto psichiatrico se avessi lasciato attiva questa categoria. Spesso i social inviano notifiche solo per farci connettere perché vogliono che passiamo molto tempo sulle piattaforme.

Mark, io ti voglio bene ma devo volerne anche a me stessa. 🧡

Non è stato facile oscurare queste notifiche inizialmente. Non volevo mettere da parte i miei clienti. Così ho organizzato io i momenti in cui controllare messaggi, commenti ecc delle pagine social di cui sono responsabile in modo da avere il pieno controllo di ciò che accade.

Stesso discorso per le notifiche personali. Ogni sera alle 21.00 il mio IPhone va in modalità non disturbare (già dal 2015). Dedico del tempo ai miei social per informarmi, vedere cosa fanno i miei amici, fare networking scegliendo io i momenti in cui farlo. Un tempo limitato. Per me i social network sono soprattutto un luogo di lavoro. Chi vuole passare anche il proprio tempo libero nel luogo di lavoro? Inoltre, la sera, mi piace dedicarmi ad altre attività che meritano la giusta attenzione. È tutta una questione di equilibrio.

Costringetevi all’azione immediata e a ignorare le minuzie. Timothy Ferris

Trovo assolutamente di pessimo gusto essere in compagnia di qualcuno che passa tutto il tempo a scrollare la schermata del telefono come se fosse lobotomizzat*. Non ascolta, non comunica, non esprime empatia, non riesce a focalizzarsi su una serie tv, non ha voglia di leggere un libro o di fare qualcosa. Una qualsiasi cosa per se stess*. I social network sono una grande risorsa che va gestita. Lo ripeterò sempre. Siamo noi ad avere il potere, non il contrario. Come si fa? Con un po’ di forza di volontà e di training.

Pensateci un attimo. Essere capaci di gestire il tempo da dedicare alle comunicazioni che riceviamo ci consente di avere un interesse più genuino. Perché? Perché lo facciamo con piacere. Non è più una costrizione che ci viene imposta dagli altri. Siamo noi a decidere. E sopratutto siamo noi a SELEZIONARE i contenuti che meritano attenzione.

Fabrizia

Instagram. Errori e dolori dei social media manager.

Instagram fa parte della nostra quotidianità da diversi anni ormai. Lanciata nel 2010, dopo due anni questa app era già nella scuderia Zuckerberg. Il suo successo è stato eclatante conquistando 10 milioni di utenti in un solo anno.

Sembra ieri vero? E invece sono passati 10 anni. Cosa abbiamo imparato in questo lungo periodo? Purtroppo ancora troppo poco. 

Sui profili personali è inutile dilungarsi. Ciò che è davvero inconcepibile, nella stragrande maggioranza dei casi, è la “strategia” adottata per gestire gli account business. 

Ogni volta che mi viene conferito l’accesso ad un account IG già esistente so che stanno per arrivare i dolori. Questi account sono tutti uguali. Non superano i 500/1000 follower e ne seguono dai 2500 ai 5500. 

Analizzando i following mi rendo conto che i profili seguiti si distinguono in tre categorie:

  • amici degli ex gestori delle pagine;
  • profili a caso (semi vip e ragazze un po’ svestite);
  • account, da me definiti, immondizia (fake – attivazione bot).

Analizziamo questi tre punti e facciamo un confronto tra le aspettative e il risultato (Instagram vs Realtà!).

Se pensate che seguire i vostri amici IG possa essere un buon modo per fare pubblicità al profilo del vostro cliente vi sbagliate. Il 94% di questi “amici” non ricambiano il following e non sono interessati affatto al brand. In questo modo il vostro profilo ha un’immagine equivalente a quella del porta a porta. Se invece lo fate per far crescere i profili dei vostri amici avete probabilmente sbagliato impiego.

Seguite gente “vip” o semi-famosa (che magari ha pure comprato follower) pensando che possano investire nel vostro brand? Ebbene anche qui vi sbagliate. State solo fomentando il loro ego e il vostro profilo avrà una patina un po’ nerd.

Last but not least l’attivazione dei bot che vi procurerà non solo un rimpinguo di profili arabi/turchi/tunisini finti come i soldi del monopoli; vi assicurerà anche uno squilibrio così forte dell’algoritmo che IG vi penalizzerà nascondendo ancora di più il vostro account. Lo squilibrio riguarda anche chi decide di acquistare follower. Instagram lo sa che state acquistando una finta visibilità con strumenti non consentiti.

Che disastro eh? E non vi dico che rottura prendere in mano questi profili.

La corsa ai follower non va davvero più di moda. La strategia giusta da adottare su Instagram per avere un profilo performante è lavorare sul target di riferimento del brand per consolidare ed ampliare il proprio pubblico. Utilizzare gli hashtag, investire con Instagram Ads, intrattenere relazioni di valore, approcciare all’influencer marketing. Avere un profilo che segue di tutto e di più risulta anche un po’ una cosa da sfigati e conferisce poca credibilità.

Significato di performante: generare conversioni a prescindere dal numero di follower!

 

Fabrizia

 

Guida definitiva alla gestione dei commenti negativi sui social network

Sui social network, come nella vita quotidiana, ognuno esprime la sua opinione. La differenza sta nel fatto che, se spesso nella vita di tutti i giorni ci si pone un limite nell’andare in giro a giudicare e criticare gli altri apertamente, sui social network si lanciano delle vere e proprie bombe capaci di generare problemi di diversa portata a tutti coloro che gestiscono le pagine aziendali. Ad esempio la perdita di tempo, il nervosismo crescente e il rischio di mettere a repentaglio l’immagine del brand creando vere e proprie colonie di haters.

L’interazione sui social network non implica un contatto visivo e quindi rende più semplice dare voce alle proprie emozioni negative. Nel 90% dei casi i commenti negativi non provengono da un’esperienza diretta con il brand, si basano su critiche volte a dare sfogo alla propria frustrazione. Senza focalizzarci troppo sui motivi per cui la gente sia così frustrata, cerchiamo di capire come comportarci in questi casi lasciando la psicologia a chi l’ha studiata.

Quante volte su TripAdvisor abbiamo letto recensioni pazzesche di un ristorante che poi abbiamo provato ma non ci è piaciuto? O quante volte è accaduto il contrario? I gusti sono personali e le frustrazioni anche.

L’interazione sui social network serve a: informare, interagire e supportare. Tutto il resto deve avere poco a che fare con le vostre pagine aziendali. Quindi quali sono i concetti chiave della guida definitiva alla gestione dei commenti negativi sui social network? La risposta (più breve del titolo) probabilmente vi stupirà: CANCELLARE o/e BLOCCARE.

Fa tutto qui? Si, mi dispiace deludervi. Se vi aspettavate un articolo da cui prendere appunti mettete penne e smartphone da parte.

Se mi aveste chiesto un anno fa come dover affrontare questa situazione vi avrei risposto che i commenti negativi non si cancellano mai. Che un brand deve essere capace di affrontare le critiche, che deve riuscire a spiegare la propria politica aziendale e che deve essere sempre accomodante. Nell’ultimo anno l’advertising è cambiato, si è evoluto. Tutto è diventato più veloce anche nella quotidianità. I commenti degli haters devono restare nel passato. Non possono evolversi con noi. Non hanno senso e motivo di esistere e noi non dobbiamo dargli spazio. Ho tentato innumerevoli volte di rispondere agli insulti. Non è mai servito a nulla. Ho capito che queste persone hanno nella loro to do list giornaliera rompere le scatole come attività primaria.

Se un commento sta esclusivamente insultando il vostro lavoro non fatevi problemi a cancellarlo. Queste persone non fanno parte del vostro target di riferimento. Molto spesso sono profili con nomi e foto improbabili e quindi fake che per nascondere la loro frustrazione nascondono anche la loro faccia. Non vogliono conoscere la vostra storia, tantomeno acquistare i vostri prodotti. Vogliono solo sfogarsi. Un po’ come quelli che passano le giornate a scrivere sulla pagina di Chiara Ferragni che i suoi piedi sono brutti. Quando il commento supera davvero ogni limite perché utilizza anche parolacce bloccate direttamente. Lasciarli fare vuol dire dare modo ai loro simili di accodarsi e creare una vera e propria rete di haters che si trastullano sulla vostra pagina insultandovi di continuo.

Piccolo consiglio: se avete utilizzato l’obiettivo “interazione” per una campagna social, sappiate che la quasi totalità di coloro che interagiscono con like, commenti e condivisioni non sono compratori.

Come dico sempre “non sono i like che vi fanno vendere”. 

Diverso è il caso in cui un vostro cliente ha avuto un’esperienza negativa con il brand. In quel caso il customer service è fondamentale. La strategia sarà: aprire un dialogo, scusarsi e intraprendere un’azione offline per risolvere il problema. Ogni volta che perdete tempo a rispondere gentilmente ad un commento negativo che invece ha come unico scopo quello di insultare sappiate che togliete tempo a definire un obiettivo più importante. 

Teniamo sempre a mente quanto il 2020 ci abbia messo a dura prova facendoci comprendere l’importanza del nostro tempo e di chi ci circonda. Fare pulizia è un dovere morale. Anche sui social network.

Fabrizia