Datti il tempo: lezioni dal tennis per una vita più consapevole.

Due mesi fa ho iniziato a prendere lezioni di tennis. La prima volta che mi avvicinai a questo sport avevo sette anni. Lasciai subito perché non c’erano le condizioni per praticarlo con costanza e mi dedicai a un’altra disciplina che amai tantissimo: la scherma. Alla fine del 2024, quando una mia amica mi ha parlato delle sue lezioni di tennis, ho deciso di riprovarci, memore del mio primo tentativo non andato a buon fine.

Il tennis, come molti altri sport, ha una forte componente tecnica. Non si tratta solo di muoversi per colpire la pallina e mandarla dall’altro lato della rete. Bisogna farlo bene. E per farlo bene, occorre assimilare una serie di elementi che riguardano forza, posizione, traiettoria, distanza, velocità e, infine, il tempo. Il tempo ed il mio maestro di tennis mi hanno fornito un insegnamento molto importante.

Sono una persona a cui piacciono l’ordine, la disciplina e il fare le cose nel modo corretto. Allo stesso tempo, tendo ad alzare un po’ troppo l’asticella quando si tratta di raggiungere traguardi e completare compiti. Negli anni ho imparato a gestire questa mia inclinazione, ma a volte ci ricasco, soprattutto quando mi cimento in qualcosa di nuovo. In quei momenti devo fare i conti con quella parte di me che cerca di sabotarmi, ripetendomi: “Tanto non ce la faccio”. Il risultato? Mi distraggo, perdo la concentrazione e sbaglio i tempi, arrivando sulla pallina con un anticipo di una frazione di secondo che rovina tutto il colpo. In questi momenti il mio maestro mi ripete una frase: “Datti il tempo, Fabrizia”.

Di solito non amo le ripetizioni, ma questa, a forza di ascoltarla, mi ha dato una sensazione di conforto. Era un modo gentile per evidenziare un errore su cui lavorare, senza farlo pesare troppo. Era anche un modo per ricordarmi che gli errori sono normali e che si possono correggere. Questa frase è diventata uno dei miei mantra. L’ho fatta mia in ogni ambito della vita.

Forse capita anche a te di sentirti sopraffatto dalle troppe cose da fare, dalla paura di non farcela, dai vecchi schemi mentali che si impongono sulle tue dinamiche. Magari ti affanni per raggiungere un obiettivo e, di conseguenza, perdi il focus su ciò che conta davvero. Quando mi accorgo di “correre troppo” per prendere le palline che mi lancia la vita, mi ripeto: “Datti il tempo, Fabrizia”. E quando mi concedo il tempo di vedere le cose per quello che sono, ecco che arriva il conforto, e subito dopo, la soluzione. Ho ripensato a tutti i momenti in cui ho applicato questa lezione prima di vederla così chiaramente come la vedo oggi. Si insidiava già dentro di me, aveva bisogno solo di venir fuori con consapevolezza.

Darsi il tempo nel lavoro. Dopo sei anni, posso finalmente dire di aver trovato un buon metodo di organizzazione in cui il mio team e i miei clienti si trovano bene. Quando impari a riconoscere ciò che conta davvero, tutto il resto si ridimensiona: collaboratori e soci non in linea con i tuoi obiettivi, clienti con richieste assurde, perdite di tempo travestite da urgenze.

Affrettarsi nel prendere una decisione solo per ansia o per il bisogno di “spuntare una casella” può portare a situazioni indesiderate. E quando ci troviamo in una situazione non voluta perché non l’abbiamo davvero ponderata, il risultato è il doppio dei problemi di prima. Rimettere tutto in ordine richiede ancora più tempo e fatica. Pensaci.

Darsi il tempo nella vita personale. Anche nella vita privata, prendersi il tempo giusto può migliorare di molto la qualità della nostra esistenza. Non ti ritroverai più a passare serate di scarsa qualità con persone con cui non vuoi davvero stare, solo per evitare un senso di colpa. Non ti caricherai di un altro “ci penso io” quando sei già sull’orlo dell’esaurimento. Non metterai da parte il tuo benessere perché “prima devi” fare qualcosa per qualcun altro. Prendersi il tempo per se stessi e per le proprie scelte riduce lo stress. Di molto. E quel poco che basta per cambiare davvero qualcosa.

Potrei raccontarti di quella volta in cui, pur di completare ogni task (tra cui organizzare una cena romantica cucinata da me con tanto di fantasie hot), ho finito per rovinare tutto. Risultato? Cena immangiabile, pessimo umore, ritardo su tutta la linea e un momento hot che si è trasformato in un momento ice. Avevo dato tutto prima e, alla fine, non avevo più nulla da dare.

In quale ambito della vita senti il bisogno di “darti il tempo”?

Fabrizia

Numero 99: la casa che mi ha insegnato a vivere

Sei stata la casa. Inizia così questo articolo che non parla di social media marketing, parla di una bella storia tra me e la mia ultima casa. Una storia che finisce oggi ma non c’è bisogno di essere tristi. Ogni fine è un nuovo inizio.

Non ho mai avuto la fissa di vivere in un posto per tutta la vita. La casa non ha mai avuto lo stesso peso che, al contrario, aveva, ad esempio, per la generazione dei miei genitori. Per mio padre era fondamentale comprare una casa che fosse grande, ricca di comfort, di belle cose, di materiali e rivestimenti all’altezza del suo stile di vita, del suo lavoro e della sua famiglia. Era un obiettivo che raggiunse a 30 anni. I miei obiettivi sono stati altri e, in questo, come in tante altre cose, siamo stati diversi. Forse grazie anche alla consapevolezza che i migliori materiali e rivestimenti non sarebbero riusciti a coprire l’assenza di sentimento, di passione, di vita.

2019 – 2024. Io e te ci siamo incontrate poco prima che scoppiasse la pandemia. Poco prima di sapere chi sarei diventata e poco dopo aver virato verso una città che conoscevo bene. Di nuovo.

Nel 2018, infatti, ero smaniosa di fare grandi salti, così progettai la mia vita alzando l’asticella di molto. Ora, alzare l’asticella è una delle mie specialità che sto cercando di servire sempre meno durante i pasti della mia vita, ma nel 2018 ero veramente andata oltre. In soli 40 giorni stavo organizzando il mio trasferimento all’estero, la ricerca di una nuova casa, di un nuovo lavoro e l’iscrizione a un master business executive che si svolgeva nei weekend. Mi bloccò uno 0,5. 0,5 era quella piccola porzione che mancava a uno dei quattro step del mio riconoscimento IELTS per essere ammessa al business executive. Cosa potevo fare? Ebbi subito il colpo di genio. Sistemerò tutto in questi 40 giorni. Per mia fortuna intervenne mio fratello (il saggio Buddha), dicendomi: “Fa, non pensi di star facendo un po’ troppe cose? Forse dovresti valutarle con più calma e rivedere le scadenze di questo progetto”. Mi sentii sollevata perché tradussi le sue parole in comprensione. Non dovevo correre, nessuno mi stava inseguendo. Lo ascoltai. Non pervasi più il cervello di ansia come in una partita di Black Jack. Presi le vecchie 40 carte napoletane e iniziai un solitario che mi avrebbe portato a Pescara. Di nuovo.

Superata la fitta foresta in cui mi trovavo, arrivai in una grande distesa soleggiata, tranquilla. Ora riuscivo a vedere perfettamente ciò che volevo. Una cosa sola. Non avere un lavoro dipendente. Partii da qui. Presi un cliente, dopo un mese un altro. Trovai un commercialista, aprii la partita IVA, cercai una casa. Non in questo preciso ordine perché tutto si muoveva in sincrono. Tutto si incastrava.

A quel numero 99, che oggi ho salutato per sempre, dedico tutta la grinta che ho avuto in questi 5 anni. La stessa grinta che ho trovato in due camere da letto, due bagni, un soggiorno e una cucina. Quel numero 99 è stato l’inizio di un nuovo capitolo, è stato il luogo in cui le mie persone preferite hanno spesso trovato rifugio, è stato il luogo in cui ho vissuto il mio lockdown da sola, è stato il luogo in cui ho lavorato così tanto da aver voglia di vomitare, è stato il luogo in cui ho fertilizzato me stessa, ho avviato la mia attività, ho condiviso amicizia, gioia, pianti, rabbia, insoddisfazione, paura di non farcela, sgomento, felicità, passione e, in ultimo perché seguo l’ordine di arrivo, amore. A quel numero 99 dedico una grande fetta della mia indipendenza perché nessuno come lui mi ha visto darmi così tanto da fare. Oggi le nostre strade si dividono per sempre. Provo tanta gratitudine, nessun rimpianto e nessuna malinconia. Quando ci prendiamo il tempo di ascoltare le nostre sensazioni, i nostri sentimenti, tutto è chiaro, così come oggi è stato chiaro sedersi sul mio vecchio letto, guardarsi intorno e vedere allo specchio una nuova versione di me. Ci saranno nuove case e nuove storie da raccontare.

E così, mentre saluto il numero 99 con gli occhi lucidi, mi chiedo: se questa casa ha rappresentato una parte fondamentale del mio percorso, cosa mi riserverà il numero 359? Forse, proprio come il nome del mio blog, è il simbolo di quella parte mancante che rende la vita imperfettamente perfetta.

Fabrizia

Accogliere gli Schiaffi della Vita: Trasformare le Difficoltà in Opportunità.

Se leggendo il titolo di questo articolo hai la sensazione che il consiglio sia quello di farsi prendere a schiaffi dalla vita, beh sappi che è proprio così. Momento, momento, momento! Prima di affrettarti a giudicare l’utilità di questo articolo è il caso di leggerlo tutto, poi potrai decidere se mandarmici oppure no.

Negli ultimi tempi una delle mie persone preferite sta vivendo un periodo molto stressante al lavoro. Ha scelto di fare diversi cambiamenti per dare una nuova forma e una nuova verve alla sua attività. I cambiamenti equivalgono ad una rottura della routine e sappiamo bene che noi esseri umani usciamo a fatica dalla nostra zona di comfort. A questo si sono aggiunti una serie di ostacoli nello svolgimento del lavoro. Ostacoli “normali” che di per sé fanno parte del suo ambiente lavorativo e che, quasi certamente, in un altro momento non avrebbero pesato così tanto sul suo umore.

Due settimane fa ha deciso di sfogarsi un po’ con me. Dall’esterno trovo tutti i cambiamenti che ha intrapreso molto validi. Sono certa che porteranno a grandi risultati. Inoltre, credo che ci sia voluta una grande dose di coraggio per attuare queste scelte. Allo stesso tempo, immagino quanto vivere la situazione dall’interno possa sembrare un inferno.

Io stessa ho vissuto situazioni simili innumerevoli volte. Chi non l’ha vissuta? Mi sono tornate in mente tutte le volte in cui mi sono sentita sotto assedio. Di tutte le volte che sono arrivata a casa stremata ed ho continuato imperterrita a lavorare, a pensare, ad arrovellarmi il cervello su come fare e quando fare questo e quello. In alcuni giorni resistevo e in altri volevo solo scappare. Mi ripetevo che se avessi sacrificato anche l’ultimo brandello della mia forza sicuramente questa cosa mi avrebbe giovato in futuro. Sono andata avanti così per diversi anni fino a quando il mio stomaco mi ha regalato una gastroenterite durata oltre un anno e mezzo. Ora starai pensando: “ecco, si è sentita male e si è fermata. Lieto fine”. Purtroppo no. Ho continuato a stare sotto assedio per taaaanto tempo ancora, con la sola differenza che prendevo un sacco di pillole molto, molto costose. Il cambio di atteggiamento è arrivato molto dopo. Il malessere, fisico e non, è un maestro severo. Non ci fornisce subito la lezione su un piatto d’argento. Ce la fa sudare. All’inizio vogliamo solo scacciarlo. Cerchiamo una soluzione veloce come la pillola; la verità è che dobbiamo capirlo prima, questo malessere, per liberarcene.

Volevo dire alla mia persona preferita qualcosa che fosse di supporto e non blaterare il classico consiglio finto. Ho ripetuto tutto quello che dissi a me stessa dopo essere uscita dall’assedio. Per inciso, chi mi teneva sotto assedio ero io.

Con questo non voglio dire che bisogna passare la vita a farsi prendere a schiaffi. Voglio dire che la vita non si può vivere ogni giorno come se fosse una favola e che nei periodi difficili e impegnativi e nei giorni in cui la stanchezza ti divora e non hai la lucidità, insistere nel nuotare controcorrente può amplificare il malessere. Porgere la guancia non significa arrendersi, ma accettare le avversità come parte integrante del nostro percorso di crescita. Tante volte ci si sforza di reagire e va bene. Altre volte, soprattutto quando il cambiamento è profondo, bisogna assimilare ogni emozione e vivere “il momento no” senza fare troppa resistenza. Se nuoti contro corrente, l’acqua metterà a dura prova i tuoi sensi, non ti sentirai lucido, non avrai il controllo di dove stai andando e, soprattutto, perderai in fretta le forze e potresti non arrivare più. Farsi trascinare un po’ dalla corrente ci consente di riposare, vedere nuove strade e tornare lucidi.

Ho sicuramente imparato di più dagli schiaffi che dalle vittorie. E tu, hai mai imparato qualcosa di utile da uno schiaffo della vita?

Fabrizia

Il cliente giusto.

Chi è il cliente giusto (per te e la tua attività)? Una domanda importante a cui spesso rispondiamo con una serie di frasi retoriche come ad esempio: “quello che paga!”. Perché un cliente paga?

Iniziamo dai motivi per cui un cliente non paga. Il cliente (giusto) non ti paga perché gli risulti simpatico, perché ha secondi fini o perché ha un eccesso di capitale da investire. Se ti paga per questi motivi allora non è il cliente giusto. Un cliente ti paga perché si sente compreso, perché gli piace come gestisci la sua immagine online e perché i risultati lo fanno sentire appagato.

Come social media manager, digital strategist, copy writer e quant’altro abbiamo la grande responsabilità di custodire l’immagine di un brand e i brand sono fatti di persone e i (personal) brand bisogna maneggiarli con cura. L’importanza che hanno raggiunto i social network è nota a tutti al giorno d’oggi, certo non siamo medici e non dobbiamo eseguire interventi a cuore aperto ma abbiamo delle responsabilità anche noi. In ogni parola, in ogni frase e in ogni decisione.

Puoi attirare l’attenzione di un cliente mostrandogli tutte le strategie pazzesche che ti vengono in mente ma solo quando si fiderà di te accadrà la magia. Quel momento in cui ti consegnerà le chiavi del suo scrigno contenente la sua immagine. Solo allora si instaurerà un rapporto basato sulla fiducia reciproca.

Sono passati 5 anni da quando è nata BSide. Tra gli obiettivi che mi sono prefissata non c’è mai stato quello di costruire una strategia social. Ironico vero? Sono una persona molto pragmatica e costante. Prefiggermi un obiettivo è come stipulare un patto con me stessa e non posso di certo mentire a me stessa. In questi anni mi sono focalizzata sul costruire un lavoro da zero. Un lavoro che già facevo (da dipendente) e per cui mi sono formata studiando ed applicandomi. Mettermi in proprio è stata tutt’altra storia. Mille domande, mille perplessità e mille insicurezze. Sono sempre andata avanti dando tutta me stessa ai miei clienti. Mi sono impegnata per capire come organizzare il lavoro dal reperimento dei contenuti, alla definizione di una strategia, alla costruzione di una presentazione, alla comprensione dei tool che cambia ogni giorno, alla gestione dei problemi, alle richieste passando per la parte amministrativa fino ad arrivare alla scelta dei collaboratori. È stato un bel percorso. Faticoso e a volte frustrante. Ho passato notti sveglia a capire come fare meglio. Avrei potuto fare uno storytelling e concentrarmi anche sulla mia community online ma non si può fare tutto. Ci sono delle priorità.

Questo percorso mi ha permesso di capire, sbagliare, ricominciare, addrizzare, moderare. Sono arrivati nuovi collaboratori nel team. Due donne (finalmente) negli ultimi 3 mesi. Sta iniziando una nuova fase. La comprensione delle clienti, dei loro problemi, del loro approccio alla vita, delle loro paure e delle loro ambizioni è stata la vera grande forza che mi ha permesso di gettare delle basi e raggiungere gli obiettivi prefissati in questi 5 anni.

Gli obiettivi del 2024 saranno concentrati su tre aspetti:

  1. il capitale umano: consolidamento del team;
  2. il capitale sociale: aumento del fatturato;
  3. sbarcare sui social: già entrare nell’ottica sarebbe un grande traguardo :p

Non so come appaio in ciò che scrivo. Non mi sto definendo come una persona arrivata o una guru. Negli anni della mia infanzia e adolescenza la mia autostima non è stata molto motivata ma questi sono problemi del mio psicoterapeuta.

Questo percorso sebbene incentrato sul lavoro non è poi così diverso da ciò che accade nelle relazioni umane. Tutti vogliamo essere compresi anche nella vita privata. La differenza è come chiediamo di essere compresi. La persona che sbatte le sue motivazioni sul tavolo e pretende non è il cliente/partner/amico giusto. Chi si apre a te spiegando, collaborando, gestendo le sue emozioni e creando una sinergia volta al raggiungimento di obiettivi è il cliente/partner/amico giusto.

Un altro super potere per allontanare clienti e persone non adatti alla nostra personalità è dire no. Ho detto no a clienti e interrotto collaborazioni in cui mi sentivo umanamente lontana. Ci sono persone convinte di poter pubblicare online una versione di sé che non esiste nella realtà sperando di prendere in giro chi li guarda.

Gli utenti e quindi le persone, non sono stupide. Un finto sorriso, un finto divertimento, un finto buon prezzo, una finta relazione, una finta frase che nasconde rabbia e repressione saranno sempre ben visibili e il riscontro con la realtà è inevitabile.

Meno soldi più tranquillità. I soldi vanno e vengono ma la serenità dobbiamo costruircela da soli. Lavorare con gente simile a noi ci aiuterà a vivere meglio e questo aspetto non ha prezzo in termini di salute e tempo. 

Sii credibile prima per il mondo reale e poi potrai potrai raccontarlo online.

Fabrizia.

Cambiare prospettiva per ottenere maggiori risultati (in tutto).

La comunicazione social è un potente strumento per il tuo brand. Sei d’accordo con questa affermazione? Ad oggi, diciamo, che una grande percentuale della popolazione italiana lo è. Se andiamo però più nel dettaglio ed iniziamo a parlare di personal branding e di cosa vuol dire perseguire una strategia social di personal branding, la percentuale diminuisce parecchio.

Mi è capitato più volte di trovarmi a parlare con persone che avevano opinioni molto contrariate in merito alla strategia social che proponiamo da BSide. Ne ho raccolte alcune: “che intendi per fare video divertenti? Come su TikTok? No, la nostra azienda è seria e se ci mettiamo a fare balletti perdiamo la nostra professionalità. – Dovrei parlare per dire cosa? Io so cosa vuole il mio pubblico e di certo non è vedere la mia faccia. – Si, ho visto queste persone in giro sui social che parlano del loro lavoro ma tanto a chi interessa il mercato è saturo! – I miei amici poi? Mi prenderebbero in giro. – Facciamo solo delle grafiche, no? L’importante è che si veda il prezzo! – A me non interessa fare follower! – Possiamo comprare follower, no?!”. Potrei continuare ancora ma ripercorrere queste vicende non è molto piacevole per chi, come me, lavora in questo settore e le mie povere orecchie potrebbero ricominciare a sanguinare.

Ho analizzato queste frasi una ad una e, benché dal mio punto di vista sia praticamente immediato disintegrarle, ormai sono abbastanza grande da capire che innanzitutto il modo di vedere le cose varia da persona a persona e che l’informazione relativa a questi argomenti è spesso superficiale. Dopotutto il motivo per cui è nato questo blog è proprio quello di fare chiarezza sul social media marketing con aneddoti di vita quotidiana.

(si, lo so che non pubblico un articolo dal '93. L'ultimo anno è stato pieno di cambiamenti. So anche che questa può sembrare una scusa. Ho sicuramente procrastinato sotto questo punto di vista perché mi sono dedicata alla crescita di BSide sotto altri aspetti che dovevano subire per forza di cose un cambiamento. Magari ne parlerò nei prossimi articoli). 

Una strategia social basata sul personal branding è una forma di marketing applicato alle persone. L’immagine che vogliamo trasmettere al pubblico non è preconfezionata o patinata bensì pone l’accento sull’insieme di valori, ambizioni, esperienze, risultati, ecosistema che costituiscono le persone che a loro volta costituiscono il brand. Se un brand è fatto di persone e le persone sono fatte della propria personalità perché non dovremmo comunicarlo agli utenti online? Non dovrebbe essere il modo più efficace e semplice per raggiungere la fetta di mercato a cui vogliamo proporre i nostri prodotti e/o servizi?

Proviamo a dare delle risposte agli avvenimenti accaduti che ho elencato in precedenza utilizzando un altro punto di vista.

Il “video divertente” che spesso si associa erroneamente ed esclusivamente a TikTok non vuol dire “video stupido”. La verità è che per creare un contenuto divertente, non stupido e professionale che coinvolga il team ci vogliono coesione, impegno e lavoro di squadra. Grandi indicatori della salute del tuo brand. Studiare un modo simpatico per parlare del proprio lavoro mettendo in risalto le caratteristiche personali vuol dire dare al pubblico la possibilità di conoscere le persone che costituiscono il brand e di conseguenza ottenere anche un risultato. Quale? Innanzitutto notorietà. Chi vede i contenuti che proponi molto probabilmente guarderà anche il tuo profilo e saprà come ti chiami e di cosa ti occupi (a proposito il tuo profilo è ben strutturato da far capire chi sei e cosa fai nella vita?). Il contenuto è piaciuto? Bene, la prossima volta è probabile che l’algoritmo suggerirà il tuo nuovo contenuto allo stesso utente. Se sei stato particolarmente in gamba nell’esprimere un concetto in modo divertente chi ha visto il tuo contenuto lo avrà condiviso con suo amico o nella sua storia raggiungendo così altre persone che verranno a conoscenza della tua presenza online (il vecchio passaparola). Se poi la tua bravura ha portato l’utente addirittura a seguirti vuol dire che d’ora in avanti hai l’occasione di mantenere questa nuova relazione e proporre la tua offerta. “Continuare” già, perché è la costanza che fa la differenza come in tutte le cose. Se ti allenassi una volta al mese o una volta ogni 3 mesi i tuoi muscoli ti prenderebbero sul serio? Forse no. Penserebbero: “ri-eccolo, oggi è qui a proporci questa scheda di allenamento assurda dopo tutto questo tempo di inattività e pretende che noi facciamo il miracolo in una notte!”. Un po’ come chiedere agli utenti online di cercarti, trovarti, esserti fedeli ed acquistare ciò che proponi nonostante le tue pubblicazioni avvengano una tantum. Insomma lo sforzo è tutto in mano ai clienti.

Parlare al proprio pubblico o ad un potenziale pubblico è una possibilità straordinaria. Chi meglio di te può parlare del tuo prodotto o servizio? Se il mercato fosse davvero saturo tutti i nuovi profili che con costanza adottano una strategia social di personal branding non avrebbero risultati, non credi? Il modo che abbiamo di comunicare attrae un tipo di pubblico affine alla nostra persona e ai nostri prodotti e servizi. Accade grazie all’empatia. Una persona può risultare simpatica per te ed antipatica per un tuo amico. Ti sei mai chiesto come mai ti affezioni ad alcuni account ed altri no nonostante abbiano detto la stessa cosa? No, non sono le sponsorizzate. È l’empatia. Ci leghiamo a ciò che ci sembra più simile e ci comprende, non solo professionalmente ma anche umanamente. È questo il grande segreto.

Tutti abbiamo avuto qualche remora nell’esporci nel corso della nostra vita. “E se ridono di me?” – “I miei amici mi prenderanno in giro”. Qualunque cosa facciamo è esposta a giudizio. Sono certa se un amico vero ti prende in giro lo fa con affetto e che se vuole può anche affrontare un argomento in maniera costruttiva (in caso contrario cambia amici). Se poi il problema è un qualsiasi mancato opinionista che ha da ridire su tutto e tutti sui social perché non ha obiettivi propri e si nutre di insoddisfazione, beh ti consiglio il libro di Giulio Cesare Giacobbe “Come smettere di farsi le seghe mentali e godersi la vita“. La grande paura di esporsi online è identica alla grande paura che proviamo nell’essere noi stessi nella vita di tutti i giorni. Superare entrambe può portare a raggiungere nuovi traguardi personali e lavorativi.

L’importanza di chiamarsi grafico. I post grafici sono ottime soluzioni per spiegare concetti ma nessuno di questi batterà mai il tuo volto che parla, esprime sensazioni e si emoziona perché crede in ciò che fa. Spesso si è certi di conoscere i propri clienti ma è impossibile conoscere uno ad uno i loro pensieri, i loro cambiamenti, le motivazioni dietro ad un acquisto o all’iscrizione di una newsletter. E se condividendo contenuti online i risultati delle insight ti facessero capire appieno le motivazioni legate ai loro bisogni? Bella sorpresa eh?

Non avere cura di “fare follower” è un po’ come dire “beh se entra qualcuno nel mio negozio a me non interessa”, al contrario pensare di acquistare follower è un po’ come dire “o entri nel mio negozio o ti faccio un dispetto”. Quanti entreranno, quanti acquisteranno e quanti torneranno?

Fabrizia

Chi lo dice che i bilanci si fanno solo a fine anno?

Non aspettare. Siediti, osserva, ragiona e tira la linea oggi stesso. I risultati sono sempre il frutto di una serie di valutazioni che ti aiutano a riflettere su ciò che ti fa star bene e ciò che ti mette a disagio.

I bilanci non si redigono solo a fine anno, no. I bilanci si redigono ogni qualvolta è necessario un cambiamento. Si redigono per non avvizzire all’interno di una zona di comfort. Si redigono per non abituarsi troppo. Soprattutto a ciò che non va.

Con il passare degli anni sono diventata molto zen. Davanti ad una situazione che mi mette a disagio, personale o lavorativa che essa sia, prendo del tempo per osservare e testare tutte le opzioni. Il 90% delle volte chiudo un occhio, comprendo, mi metto a disposizione, analizzo, riassumo e respiro. Il 10% delle restanti volte chiamo un’amica che saggiamente mi ascolta per 10 minuti di fila in cui mi sfogo senza mai smettere di parlare. Dopodiché ogni 3 mesi redigo un bilancio. Se dopo 2 bilanci consecutivi ci sono situazioni che continuano a non migliorare o addirittura peggiorano, rischiando di tramutarsi in gastrite da stress, vuol dire che è tempo di intervenire.

Hai presente una campagna pubblicitaria che non va? Hai provato a cambiare il copy, la grafica, il target ed i risultati continuano a scarseggiare. Sarà colpa del prodotto? Del brand? Del passaggio finale in cui gli utenti devono interfacciassi con il servizio? Dentro di te sai bene quale è il problema. Non resta che estirparlo con decisione.

Negli ultimi mesi ho accumulato un po’ di stress come tutti. Alcune situazioni però le ho tollerate meno di altre. Sarà che si sono appunto ripetute in più di un bilancio, sarà che crescendo non ho più tanta voglia di tollerare.

Ecco 3 situazioni che reputo tossiche nell’ambiente lavorativo:

  1. DONNE VS DONNE. Un grande classico che purtroppo non tramonta. Raramente nel mio lavoro mi interfaccio con altre donne. Quando accade sono sempre molto motivata ed inizio anche a farmi qualche film. Fantastico sul fatto che questa conoscenza possa diventare la base per la costituzione di un progetto al femminile. Ahimè nel 98% dei casi ho a che fare con donne infastidite dalla mia presenza. Essenza? Spirito? Boh. Cerco di proporre idee, di avere un tono amichevole, di mettermi a disposizione. Risultato? Una delle ultime risposte che mi è stata data: “ah non saprei, non mi viene in mente nulla. Magari fammi sapere”. Vi parlo di una situazione in cui io non avevo affatto bisogno del supporto di questa persona, anzi era proprio il contrario. Eppure vince l’acidità a priori. Ne ho parlato qui.
  2. “VABBÈ MA É SOLO UN POST”. Questa frase mi è stata detta da un (orami ex) cliente con cui abbiamo collaborato insieme per oltre due anni. Non ci sono mai stati problemi. Durante la pandemia ho cercato in ogni modo di essere comprensiva e di andargli incontro tenendo a mente le difficoltà dovute al COVID-19. Ora che le cose stanno cambiando e stanno andando verso una nuova crescita mi dispiace molto vedere che non sia ancora chiara l’importanza del digitale. Che si utilizzino frasi volte a sminuire il lavoro cercando di estorcere sconti o fare battute sul fatto che sia troppo costoso. Torno a ripetere il mio esempio del ristorante. Se vai a cena fuori non ti alzi dal tavolo dicendo che pagherai più in la perché ora non hai disponibilità. Se ti viene voglia di un contorno e lo ordini, non ti meravigli a fine pasto di trovarlo in fattura. Lo sai da subito se puoi permetterti un servizio oppure no.
  3. I “VORREI MA NON POSSO”. Quanto è frustrante ascoltare persone che si lamentano di continuo di un problema che chiaramente non vogliono affrontare? Da diverso tempo orami ho imparato che le soluzioni sono come i consigli. Vanno elargite solo quando vengono esplicitamente richieste. Due settimane fa, mentre esaminavo delle candidature per B-Side, ho ricevuto un messaggio su LinkedIN da una persona che “era tentata di candidarsi all’offerta” ma poi “ha desistito”. L’offerta di lavoro, come social media manager, richiedeva un video per candidarsi anziché il classico CV copiato ed incollato da inviare in un secondo attraverso un click. Nel testo è stato sottolineato che in un precedente annuncio la maggior parte delle candidature arrivate erano in formato Europass, così abbiamo ironizzato sulla forma ormai arcaica di questa tipologia di CV che sembra voler uniformare tutti sottolineando il possesso della patente B anziché far emergere la personalità dei candidati. Per questo motivo come primo approccio preferiamo un video in modo da prendere in considerazione soprattutto l’empatia. La persona in questione non ha colto l’ironia. Ha parlato di “momento storico in cui la gente ha bisogno di lavorare” come se noi stessimo cercando qualcuno da sfruttare o se chiedere un video ad un possibile social media manager che dovrebbe avere dimestichezza nel parlare davanti una telecamera sia una pratica di tortura. Inoltre parliamo di una posizione da remoto perciò le informazioni riguardanti le patenti possedute sono del tutto superflue. Sembrava scontato. Di contro questa persona mi ha scritto: “lasciare inserito nel cv che si ha la patente è un punto di demerito? Si è scartati solo per questa minuzia?”. È una conversazione molto lunga che non voglio condividere interamente, voglio utilizzarla come spunto per fare un’analisi. Un’osservazione sull’utilizzo dei social in generale, come sempre: se qualcosa non ti piace e la sua presenza non ti reca alcun danno perché non vai oltre anziché perdere tempo a contestarla?

Le relazioni lavorative, come quelle personali, devono rappresentare un supporto per i propri obiettivi. Un’ispirazione per le proprie idee. Un confronto per il proprio miglioramento. Un incoraggiamento a spiccare il volo. Lascia le zavorre a terra oggi, il tuo domani ti ringrazierà.

È una lezione che ho imparato negli anni pagando un prezzo carissimo. 

Fa

Cosa ho imparato dal pregiudizio.

Conoscere qualcuno ti porta inevitabilmente a farti un’idea. Scruti i suoi movimenti, sei curioso di conoscere la sua storia e di capire perché si comporta in quel modo. Forse la seconda parte non riguarda proprio tutti. Me di sicuro. Sono sempre stata curiosa di andare oltre la facciata. Comprendere ad un livello più profondo che tipo di persona c’è dietro semplici atteggiamenti. Scavare così in profondità ovviamente può lasciare l’amaro in bocca, oppure no. Molte volte l’immagine che le persone danno di se si sgretola dopo aver grattato la superficie. Altre volte invece accade di restare sorpresi in positivo. Nel secondo caso lo scenario è: “stelline negli occhi”.

Accade solo a me? Stabilire un contatto più profondo con qualcuno mi fa stare bene. La comprensione genera benessere. Il mio difetto è che spesso mi lascio accecare da queste benedette stelline negli occhi credendo di avere di fronte una persona molto simile alla mia dimensione e con la quale stabilire una connessione più profonda. La maggior parte della gente, purtroppo, non bada ai meandri della profondità. Si lascia trasportare dal vento posandosi dove più gli aggrada in quel preciso momento.

Se si potesse avere un’idea chiara delle persone conoscendo semplicemente la loro famiglia di origine o il loro lavoro sarebbe tutto più semplice. Non è così. Eppure afferrarsi a dare un pregiudizio avviene di continuo. Ci si sofferma su un dettaglio (in positivo o in negativo) e si fa di quel dettaglio il codice genetico di una persona.

La verità è che queste informazioni non bastano a definire qualcuno. Non bastano neanche a capire se si tratti di una brava persona o meno. Negli anni ho ricevuto tantissimi pregiudizi da parte di chi non solo non mi conosceva ma non aveva neanche scambiato due parole con me. La maggior parte di questi pregiudizi si basava sul mio aspetto fisico o sulla mia famiglia di origine. Se sei bionda, magra e con gli occhi chiari allora la tua vita è facile. Hai più capacità fotogeniche che imprenditoriali. Inoltre più volte mi è capitato di conoscere persone convinte del fatto che io non avessi mai sofferto, che fossi viziata e che la mattina mi svegliassi con un unicorno accanto a me che mi portasse a fare colazione su una nuvola. Le prime volte mi arrabbiavo tantissimo. Ci rimanevo male. Mi chiedevo come fosse possibile che la gente si lasciasse andare a pregiudizi così superficiali e scontati senza sapere quello che avevo vissuto. Credo accada a tutti ad un certo punto della vita.

Ho iniziato a diventare un’appassionata dei pregiudizi altrui nei miei confronti. Come mai? Per vivere in funzione di ciò che pensano gli altri? No. Conoscere il modo in cui si appare ti da un vantaggio competitivo. Se 18 persone su 20 credono che io sia diffidente (spoiler: lo sono!), esserne a conoscenza, può essere un ottimo modo per affrontare meglio il pregiudizio. Se entro in un posto sono consapevole che, prima di avermi sentito parlare, il pensiero dei 18 su 20 sarà qualcosa di simile a: “Eh ma come se la tira!”. Saperlo in anticipo mi ha consentito negli anni di dare fuoco a tutte le sensazioni di disagio del tipo: “mi sento inadeguata” o peggio “non all’altezza”.

Ora che sono più consapevole di come appaio a causa di alcune mie caratteristiche provenienti da un pippone psicologico che vi risparmio non ci resto più male. Questa analisi la si può fare con ogni caratteristica del proprio io. In positivo o in negativo. Più sarai consapevole di te stesso, più sarà facile lavorare su alcuni aspetti, comprendere gli altri, le loro aspettative e la loro chiave di lettura.

Ovviamente ci sono pregiudizi più gravi di questo esempio. Pregiudizi che vengono dalla cattiveria e dall’abitudine di sotterrare gli altri per sentirsi migliori. Il mio esempio non vuol dire che bisogna farsi piacere tutti o che bisogna essere amici di tutti. O peggio, che si debba giustificare qualcuno che ci stia mancando di rispetto e che abbia degli atteggiamenti che ci feriscano. Ognuno deve trovare la sua dimensione. Se le convinzioni, le credenze o le abitudini di qualcuno ti mettono a disagio, non devi sopportarle per forza. Ecco perché è così importante la conoscenza.

Le maggior parte delle persone non ha l’abitudine di sentirsi dire la verità. Quando prendi di petto qualcuno dicendogli le cose come stanno ecco che si sente spiazzato. Viviamo in una società in cui si preferisce dire le cose alle spalle. E non importa quanto sia rischioso che si venga a sapere, tagliare e cucire la realtà a proprio piacimento è appunto una (cattiva) abitudine ormai radicata.

Vi svelo un segreto: sbagliamo tutti. Ogni santo giorno. Ciò che ci definisce è come reagiamo agli sbagli. Come ci rialziamo dopo una caduta. Come chiudiamo una relazione o un’amicizia. La nostra capacità di assumerci la responsabilità delle nostre scelte valutando se queste ultime possano ferire gli altri.

Stessa cosa accade sul lavoro. Qualche giorno fa mi ha chiamato un probabile cliente che avevo già sentito più di un anno fa. Il suo modo di approcciare non era cambiato. La sua superficialità nel valutare alcuni aspetti del mio lavoro anche. I suoi stessi pregiudizi su cui si è seduto convinto di essere più preparato di me mi hanno portato ad escludere la collaborazione.

Molte persone potrebbero dirmi: “Sei pazza a non prendere clienti? È comunque fatturato”. La mia scelta è un investimento. Un investimento che non produce benessere economico, bensì emotivo. Il mio tempo deve essere dedicato a persone capaci di avere una visione più ampia rispetto alle potenzialità della nostra collaborazione. Guadagnare di più mentre si perde tempo e salute non è lo stile di vita che mi sono prefissata.

Un fatturato solido è quello che si costruisce nel tempo con scelte ponderate e mirate. Mettere davanti l’ego non è mai una buona cosa.

Fa

La comunicazione funziona se è a due sensi.

Lo scorso weekend ero in giro con amici. Quasi estate. Quasi fine del coprifuoco. Quasi pace dei sensi. Mi capita spesso di parlare di lavoro durante il mio tempo libero e trovo sempre istruttivo ascoltare il parere di chi mostra interesse per la mia attività. Quasi sempre. A volte capita di incontrare il tipo di turno che parte già prevenuto. Ti guarda stizzito e, convinto del fatto che riceverà da te risposte che non lo soddisferanno, decide comunque di estorcerti una consulenza a 360 gradi senza tenere conto di orario e luogo. Tra le varie richieste, passando per l’intramezzo sul classico pippone dell’agenzia di turno che gli ha stilato un preventivo di cui non è convinto soprattutto per il prezzo, arriva sempre il domandone finale. Questa volta rivoltomi dal suo accompagnatore: “quanto costa quello che fai?”. A questo punto la mia faccia assume una specie di smorfia che non riesco e non riuscirò mai a nascondere. Forse perché non la voglio nascondere. Mi indispone sempre questa domanda. Chiedere il prezzo di un servizio senza conoscerne il valore e comprenderne il funzionamento è come chiedere a qualcuno di uscire dicendogli “guarda non me ne frega assolutamente nulla di cosa pensi e del tuo essere. Te o un’altra persona non avrebbe fatto differenza stasera”.

Quantificare un prezzo a naso senza conoscere gli obiettivi e la storia dell’azienda su cui andare a definire una strategia non è professionale. Secondo queste persone c’è un listino prezzi per tutto. E deve essere cheap. Come se io la mattina mi svegliassi, aprissi il chiosco in spiaggia e iniziassi la mia attività di vendita di cocchi. Attività per la quale avrei comunque dovuto calcolare già in precedenza quando e come raccogliere i cocchi. Tenere quelli buoni e scartare quelli non buoni. Calcolare il tempo che mi è costato per svolgere questa attività, i costi di trasporto, eventuali aiuti extra e le spese legate alla gestione e al mantenimento della mia attività. Inoltre che tipo di cocchi vendo? Come li vendo? Aperti? Chiusi? Su un vassoio? Serviti al tavolo? Tovaglioli ne abbiamo? Posti a sedere all’ombra? Se a 300 mt aprisse un chiosco che offrisse anche un servizio di massaggio al viso con olio di cocco?? Che faccio? Eh, non è più così idilliaco pensare a questo lavoro come quando durante lo stress quotidiano si dice: “Basta! Me ne vado a vendere cocchi su una spiaggia!”, vero?

Sta di fatto che la cosa più ironica di tutto ciò è che, alla domanda “quanto costa quello che fai?”, il tipo di turno si da una risposta da solo anticipando la tua e dicendo: “eh TROPPO!”. A questo punto la conversazione andrebbe definitivamente chiusa ma ahimè, quanto mi piace prendere una posizione e rispondere comunque in modo carino nell’inutile speranza che il soggetto avverso capisca non ve lo so quantificare (neanche questo!).

La verità è che nel 2021 non è tollerabile (almeno per me) che persone appartenenti alla generazione Millennials, e che quindi dovrebbero essere super capaci di comprendere argomenti quali comunicazione, web marketing, social media ecc, pensino ancora che pubblicare un post voglia dire buttare una foto e due parole online.

Quanto costa allora “quello che faccio”? Iniziamo a dare un nome a quello che faccio. Io sono una digital strategist. La mia mission è quella di definire strategie di social media marketing in grado di supportare le aziende nel raggiungimento degli obiettivi prefissati nel proprio mercato di riferimento. Come? Attraverso la gestione dei social network e delle campagne pubblicitarie collegate ad essi. Il tutto attraverso una consulenza costante messa a disposizione delle aziende che si avvalgono della professionalità e della competenza della mia figura e dei miei collaboratori che lavorano con me al progetto. Vi sembra complicato? In realtà ci sono tante altre cose da spiegare. Tipo la definizione del tone of voice, strutturare un calendario, avere risposte sempre pronte davanti alle esigenze dei clienti, risolvere gli imprevisti, proporre nuove idee e così via. E la creatività? Ti svelo un segreto: non abbiamo un sacchetto magico da cui estraiamo idee. Le idee migliori mi sono venute nei momenti più improbabili. E il tempo? Tutto quello che serve. Senza pause il più delle volte.

Quando a qualcuno tutto ciò sembra superfluo consiglio sempre i servizi di cui ho sentito parlare. 500 euro all’anno full optional. Sito web, social media, 100 euro in regalo di Facebook Adv e tanto altro ancora! C’è l’imbarazzo della scelta in questo mare fatto di false promesse e disservizi.

Immagina di entrare in un ristorante e dire al proprietario: “ti do 500 euro ALL’ANNO e vengo a mangiare ogni volta che voglio”. Non sto dicendo che un costo elevato è garanzia di un servizio ottimale. Bisogna sempre tenere conto di cosa è necessario per sviluppare un progetto, da dove si parte e dove si vuole arrivare.

La comunicazione funziona se è a due sensi. Bisogna essere compatibili per creare qualcosa di straordinario insieme. Bisogna parlare la stessa lingua e aiutarsi a comprendere ciò che non si conosce. Bisogna sentirsi soddisfatti e proprio agio con il tipo di comunicazione utilizzato. E questo vale in tutte le relazioni della nostra vita.

Fa

Unisci i puntini e diventa chi vuoi.

Qualche settimana fa una delle persone a cui voglio più bene e che vive a km di distanza da me, mi ha raccontato del momento difficile che sta attraversando. Gran parte delle emozioni che sta vivendo le ho già vissute molti anni fa. È pazzesco quanto il nostro cervello sia in grado di colorare i ricordi e addolcire il dolore vissuto in passato. Oggi, guardando indietro, non riesco a percepire lo stesso malessere che provai allora. Ricordo perfettamente però tutto quello che ho imparato e, come posso, mi appresto a ripeterlo a chi voglio bene.

Dopotutto diventiamo gli “insegnanti” di ciò che più abbiamo bisogno di apprendere. Raccontiamo continuamente le nostre esperienze formative alla perfezione come i testi delle canzoni del cuore. La ripetizione diventa un fantastico promemoria quotidiano per noi stessi. Certo è che non bisogna rischiare di diventare dei fantastici e petulanti “Mr. o Mrs So Tutto Io”. Quando una persona sta soffrendo non vuole sentirsi dire per tutto il tempo cosa fare. Vuole essere supportata, compresa, ascoltata e accompagnata in tutto il processo di guarigione.

Mi è tornato in mente il mantra di Richard Branson che ho ritrovato alcuni mesi fa nel libro di Netflix:

Always be connecting the dots.

Unisci i puntini. Adoro questa frase. Riesce a racchiudere tutto quello che dovremmo fare in ogni situazione della vita in maniera semplice ed immediata.

Se ripenso a tutte le volte che ho vissuto un momento difficile ritrovo sempre le stesse tre fasi.

  1. Lo stordimento. È successo l’inimmaginabile. Non sai se sia vero o se si tratti solo di un brutto sogno. Ti chiedi perché sia accaduto a te. Nella testa c’è un gran confusione e tutto ciò che vorresti è solo fermare il mondo, scendere un attimo e mandare tutti a quel paese. Non puoi farlo, perciò inizi a muoverti a tentoni cercando di non cadere mentre aspetti che le vertigini passino.
  2. Lo sfinimento. Ti rendi conto che è tutto vero. Ti senti a pezzi perché stai combattendo contro le emozioni negative che ti stanno letteralmente sovrastando. Io in questa fase di solito non ho appetito e lo sfinimento è fisico e mentale.
  3. La risalita. Dopo le prime due fasi, che nel corso degli anni ho imparato a renderle piuttosto veloci, prendo possesso di nuovo della mia esistenza ed inizio ad unire i puntini. Definisco il piano di rientro. Chiudere le uscite superflue, reintegrare le perdite, risolvere gli imprevisti e stabilire gli obiettivi del breve-medio periodo davanti a me.

Detto così può sembrare che io sia un robot. Ho sperato di diventarlo tante volte per non sorbirmi tutta la parte emotiva che inevitabilmente rallenta ogni processo di guarigione ma non è mai successo. Ogni volta mi sono sorbita il pippone drammatico che tocca un po’ a tutti. La mia grande empatia si è bilanciata negli anni con la mia passione per l’organizzazione, l’ordine e il senso pratico. Non è che tutti i giorni vivo nel perfetto bilanciamento dell’universo, mi prodigo affinché sia il più possibile così con grande impegno.

Ognuno di noi cresce diversamente e in maniera direttamente proporzionale alle esperienze che ha vissuto. Soprattutto quelle negative. L’elemento che ci rende unici è il carattere. Il carattere e la crescita sono strettamente collegati. Un’esperienza lavorativa, ad esempio, non ci fa maturare solo sul lavoro ma in tutti gli ambiti della vita. Prima ci predisponiamo a superare un momento difficile, prima matureremo e saremo in grado di superarlo. Molte volte commettiamo l’errore di crogiolarci nella convinzione che la realtà sia solo una. La realtà la creiamo noi ogni giorno con le nostre scelte. Non siamo i nostri genitori, non siamo l’idea che chi non ci conosce a sufficienza ha di noi. Possiamo diventare ogni giorno chi davvero desideriamo di essere. Come? Con il coraggio. Il coraggio di connetterci ai nostri desideri più profondi, che spesso lasciamo marcire nei meandri della nostra anima.

Quando ci accade qualcosa di negativo pensiamo di non meritarlo, ci sentiamo frustrati e arrabbiati. La verità è che una volta superata la fase dello stordimento tutte queste emozioni vanno accettate ed ascoltate. Le risposte saranno quelle che ci consentiranno di risalire ed unire i puntini della nuova versione pro di noi stessi.

Fabrizia

8 categorie di persone che mi hanno reso migliore.

In questo articolo voglio affrontare una tematica molto interessante che riguarda tutti. La scelta delle amicizie. Ti sembra banale? Non lo è affatto. Le conseguenze di questa scelta hanno scombussolato la mia vita molte volte. In positivo e in negativo. Ti parlerò delle 8 categorie di persone che mi hanno regalato gioie e dolori ma procediamo con ordine.

Se la crescita personale è una delle tue passioni hai sicuramente sentito questa frase:

Siamo il risultato delle 5 persone che più frequentiamo.

L’influenza delle persone che frequentiamo determina chi siamo, come approcciamo al mondo, come ci sentiamo, chi vogliamo diventare e dove vogliamo arrivare. Questo tipo di influenza si riversa anche (e soprattutto) nel lavoro. Se, per esempio, sogni di diventare imprenditore e spendi la maggior parte del tuo tempo libero con persone amanti del dolce far niente, è chiaro che il risultato non sarà quello di sentirti più motivato ad investire nel tuo progetto.

Sono molto devota all’amicizia. Probabilmente perché la mia famiglia d’origine non è mai stata particolarmente unita. Credo che gli amici rappresentino la famiglia che scegliamo nel corso della vita. Per questo motivo, appena posso, esprimo la mia gratitudine per aver incontrato persone buone, oneste, sincere e umane. Ne ho incontrate diverse. Più di quelle che solitamente si incontrano in una vita intera. La maggior parte vive lontano da me, eppure ogni volta che ci si incontra non c’è nessuna forma di disagio o imbarazzo.

Cosa vuol dire sentirsi a disagio con qualcuno? Vuol dire trovarsi con la persona sbagliata. Non dovremmo mai passare del tempo con chi ci fa sentire a disagio. Quanta saggezza eh? Non sono stata sempre così saggia. Ho sbagliato un’infinità di volte. Per amore, per tenerezza o semplicemente perché in certi momenti abbiamo poca accuratezza nei riguardi di noi stessi. I motivi per cui scegliamo di chiudere un occhio (spesso entrambi) sono molteplici.

Si fa presto a dire “siamo amici”, esserlo davvero è tutta un’altra storia. Essere amici non vuol dire fare cose fighissime insieme. Vuol dire prima di tutto conoscersi. Non esistono amici perfetti da estrarre dal taschino pronti ad esaudire i nostri desideri. Bisogna conoscere e riconoscere pregi, limiti e difetti. Apprezzare i primi e accettare gli altri due. Vuol dire saper discutere. Da uno scontro verbale costruttivo spesso nasce un incontro capace di condurre ad un livello di conoscenza molto più profondo. Vuol dire avere il coraggio di essere sinceri. Parlo della sincerità che sostiene, non di quella che mira a demolire o ferire. Infine vuol dire supporto. Si è capaci di essere di supporto solo quando si ha la stessa visione della vita.

Ho imparato molto dalle persone che ho frequentato. Nel bene e nel male. Ed ecco le 8 categorie di persone che mi hanno reso migliore. 4 di queste dedicate alle esperienze negative e 4 alle positive. Partiamo dalle 4 che hanno reso memorabili gli insegnamenti, ossia le batoste. Ho utilizzato nomignoli simpatici che non hanno niente a che vedere con il corretto utilizzo della lingua latina.

  1. Quelli che ti prendono in giro. Passano il tempo a sminuirti e denigrarti qualunque cosa tu faccia perché, a detta loro, la stai facendo male, non fa per te o è una cosa da sfigati. Chiamo questa categoria Homo Ignorantus. Queste persone hanno una conoscenza davvero risicata di ogni argomento ma hanno una (cattiva) parola per tutto. Non lasciarti buttare a terra. Continua a perseguire ciò che ti piace fare. Il giudizio abbonda sulla bocca di chi vive realtà chiuse e teme ciò che è diverso. Evita ogni contatto. Vuoi provare a cambiarli, vero? Provaci e fammi sapere come va. Magari hai più fortuna di me.
  2. Quelli che sparlano alle tue spalle. Ti giudicano impietosamente straparlando dei fatti tuoi ma solo se non sei presente. Poi passano tranquillamente del tempo con te perché gli fa comodo. Homo Vigliaccus è il nome per questa categoria. La mancanza di coraggio impedisce il miglioramento e il raggiungimento degli obiettivi. Il risultato? Frustrazione ed invidia. Smetti di regalare a queste persone i benefit che hanno scelto di succhiarti ogni giorno e la loro presenza si dissolverà come neve al sole.
  3. Quelli che si mettono (e ti mettono) nei guai. Homo Incasinatus. A questa categoria appartengono due tipologie di persone. La prima: i borderline. La loro indole da Peter Pan non gli consente di assumersi la responsabilità delle azioni che compiono, perciò la addosseranno su di te. La seconda è più complessa e racchiude persone con problemi molto gravi (droga, abusi, squilibri psicologici). In questi casi devi renderti conto che non puoi risolvere i loro casini perché sono fuori dalla tua portata. Rivolgiti a persone ed istituzioni competenti che possano risolvere davvero la questione.
  4. Homo Narcisus. Quelli che ti feriscono per il semplice gusto di farlo. Decidono di giocare con le tue debolezze perché si divertono così. Nel gergo comune vengono definiti semplicemente str***i.

Passiamo ora alle persone che invece hanno avuto un effetto positivo sulla mia vita. Tutti dovremmo conoscere un esponente di queste 4 categorie.

  1. Gli operativi. Organizzi una cena o una festa? Fai caso a coloro che sono sempre pronti ad aiutarti a mettere a posto o che ti supportano nella preparazione. Queste persone hanno un gran cuore. Vogliono che sia tutto perfetto per vederti felice.
  2. I coraggiosi. Persone che hanno il coraggio di dirti quanto ti stai comportando da idiota. Quando stai soffrendo o vivendo un momento no, è probabile che tu stia facendo degli sbagli. Ringrazia chi avrà il coraggio di riportarti alla realtà. Chi ti metterà le mani sulle spalle e scuotendoti dirà: “Che diavolo stai facendo?”.
  3. I saggi. Nei momenti più difficili della vita può capitare di sentirsi under the train. Non hai la forza di muoverti perché ti senti a pezzi. Fai caso a chi si preoccuperà di venire da te, sdraiarsi a terra al tuo fianco e aspettare in silenzio che tu riesca ad alzarti di nuovo.
  4. I difensori. Per ogni Homo Narcisus intento a parlare male di te durante la tua assenza ci sarà un difensore pronto a prendere le tue parti.

Hai riconosciuto qualcuno in queste descrizioni? Ne sono certa.

Perché ti ho raccontato tutto questo? Nelle ultime settimane ho avvertito una forte necessità di incontrare persone nuove con cui costruire nuove relazioni. Dopo un anno di pandemia e distanziamento ci sentiamo tutti un po’ più soli e un po’ persi. Un pomeriggio di due settimane fa ho pensato a come avrei potuto conoscere persone nuove, che avessero i miei stessi interessi e con cui condividere un’esperienza memorabile da raccontare fino alla fine dei tempi. Ho avuto un’idea e l’ho messa in atto. Questa idea, giorno dopo giorno, si sta trasformando in un vero e proprio progetto. O almeno lo spero. Ad oggi mi trovo alla fase 2.

Te la racconterò presto.

Fabrizia